IL RICORDO DI UN PASSATO
Ho saputo soltanto pochi anni fa che mio zio Giuseppe Antonini, per tutti “Beppe”, aveva scritto le sue memorie. Le sue figlie, Annamaria e Daniela, mi hanno consegnato due quaderni, scritti interamente di suo pugno, chiedendomi di rileggerli e, se possibile, di curarne una pubblicazione.
Per qualche tempo ho esitato. Gli impegni quotidiani e soprattutto l’incertezza sul modo migliore di presentare questo testo mi hanno fatto rimandare il lavoro. Nel frattempo, a Prato, dove vivo oggi, insieme ad alcuni amici artisti abbiamo dato vita all’associazione culturale Scheda Metropolitana, dotata di un proprio sito internet. È lì che ha preso forma l’idea di questa edizione.
Fin dall’inizio la nostra rivista ha scelto prevalentemente la pubblicazione online, riservando al cartaceo soltanto una piccola “scheda” fronte-retro distribuita durante le presentazioni pubbliche. Anche per queste memorie ho pensato a una diffusione soprattutto digitale, senza escludere alcune copie stampate. Mi sembra infatti che stiamo vivendo un passaggio simile, per importanza, a quello che un tempo portò dal papiro alla carta: i libri continuano a essere prodotti, ma sempre più spesso vengono letti su uno schermo.
Questa scelta mi è sembrata adatta anche per il racconto di zio Beppe. Aveva frequentato soltanto le scuole elementari e amava ricordare che, da ragazzo, faceva volare gli aeroplanini di carta invece di applicarsi troppo allo studio. Eppure possedeva una grande capacità di imparare ciò che gli stava a cuore: la tromba, che studiò con passione, e l’arte della cucina, nella quale si impegnava con la stessa dedizione. Di mestiere faceva il vetraio in una delle vetrerie dell’Empolese, ma era conosciuto anche come musicista e come instancabile organizzatore di pranzi e feste nel suo paese natale, Limite sull’Arno.

La sua figura è stata importante anche per me. Mio padre, dopo anni di carcere per la sua opposizione al fascismo, dopo la guerra in Albania, la malaria e l’esperienza partigiana, morì quando io avevo soltanto quattro anni. Da allora zio Beppe fu una presenza costante nella mia vita, un padre adottivo.
Quando ho iniziato a leggere i suoi quaderni ho scoperto un uomo che conoscevo solo in parte. Dietro il trombettiere allegro e il cuoco generoso c’era un narratore capace di raccontare con semplicità e forza eventi straordinari: il deserto libico, la prigionia, l’India, l’Inghilterra, il ritorno a casa dopo sei anni di guerra e lontananza.
Queste pagine conservano la sua voce. Ho cercato di rispettarla il più possibile, limitandomi a correggere gli errori materiali e a chiarire alcuni nomi e riferimenti storici. Tutto il resto appartiene a lui: ai suoi ricordi, alle sue emozioni e alla sua umanità.
Se oggi queste memorie possono essere lette da altri, il merito è soprattutto di chi le ha custodite per tanti anni e di zio Beppe, che ebbe la pazienza di affidarle alla carta perché non andassero perdute.
Claudio Balducci
Prato, 2026
NOTA EDITORIALE
Nel preparare il testo la scelta è stata quella di conservarne il più possibile la voce originale. Sono stati corretti soltanto gli errori ortografici più evidenti, uniformata la punteggiatura quando risultava necessaria alla lettura e aggiornati alcuni nomi geografici oggi mutati (ad esempio Bombay / Mumbai, Ceylon / Sri Lanka), mantenendo però nel testo la denominazione storica utilizzata dall’autore.
In alcuni casi sono state aggiunte brevi note per identificare luoghi, persone o avvenimenti storici citati nel racconto. Tali interventi sono sempre riconoscibili e hanno il solo scopo di facilitare la comprensione del lettore.
Gli ultimi capitoli non derivano direttamente dall’esperienza personale di zio Beppe, ma riportano ricostruzioni storiche o testimonianze raccolte da altre fonti. Quando è stato possibile identificarle, esse vengono indicate nel testo. In particolare, il capitolo dedicato alla morte di Italo Balbo riproduce una ricostruzione storica che l’autore volle inserire accanto ai propri ricordi: nel manoscritto compare il nome di Bini Nino, verosimilmente quale fonte del materiale riportato.
L’intento di questa pubblicazione non è quello di offrire un’opera di storiografia, ma di consegnare ai familiari, alla comunità di Limite sull’Arno e a tutti i lettori la testimonianza diretta di un uomo semplice che attraversò più di sei anni di guerra e di prigionia e sentì il bisogno di raccontarli con sincerità.
IL RICORDO DI UN PASSATO
1940- 1946
ANTONINI GIUSEPPE
CLASSE 1920
Con questo mio scritto desidero ricordare i 6 anni e mezzo che ho passato in guerra e prigionia.
Certo non è un diario vero e proprio poiché per descrivere tutto ciò ci vorrebbero molte, molte pagine: per ricordare, giorno per giorno, quello che ho passato in quel periodo. Per questo non possiamo chiamarlo un diario, ma soltanto un riassunto con tanti, tanti ricordi.
* * *
Questa storia della seconda guerra mondiale è dedicata a quanti conservano nel fondo del loro cuore un ricordo del terribile incubo che fu quell’immane conflitto.
Ma anche ai loro figli e ai loro nipoti affinché sappiano quali orrori, quali lutti, quali sofferenze, quali eroismi e quali speranze siano state inflitte all’umanità.
* * *
1939 Hitler scatena la guerra
1940 l’Italia, impreparata, si getta nella mischia
E quello che poi successe lo dice la STORIA
1939
Si parlava già dai primi di settembre del 1939, era già nell’aria che ci doveva essere una guerra, tant’è vero che anche a Limite richiamavano molti militari che erano già in congedo.
Limite sull’Arno – Veduta
Intanto la Germania attaccava la Polonia (1° settembre 1939), dopo aver affondato fra il settembre e l’ottobre del 1939 varie navi britanniche con i suoi sottomarini (U-boot). Per poi passare alla Francia: la tensione fra le due nazioni divenne ancora più accesa.
A quell’epoca avevo 19 anni per cui non mi interessava tanto sapere della guerra. Andavo a suonare in una sala ballo e ci divertivamo molto.
Poi giunse il 1940 e io fui chiamato alle armi il 1-2-1940. La mia destinazione era la Libia. Partimmo per il fronte sul confine italo-egiziano. Questo il 29-3-1940.
Il 10 giugno 1940 scoppiò la guerra contro gli inglesi e i francesi.
Devo dire che i primi bombardamenti sul fronte li fecero gli apparecchi francesi provenienti dall’Algeria. La guerra con la Francia durò pochi giorni.
INIZIO DEL RACCONTO
Il giorno 16-1-1940 tornavo dal lavoro, varcai la soglia della porta di casa e lì c’era la mia mamma ad aspettarmi come tutte le sere. Però questa volta la vidi molto triste. Domandai cosa fosse successo. Mi disse che mi era arrivata la cartolina per partire militare e lei piangeva e con la sua voce tremula mi disse “Beppe! Fatti coraggio, tanto 18 mesi passano presto”. La data della mia partenza era il 1-2-1940.
Il giorno seguente vado al lavoro. Nel pomeriggio venne il Giglioli in divisa, lui che era già sergente maggiore ed era amico di lavoro, venne per una visita a tutti gli amici del lavoro. Gli domandai dove fosse militare e lui rispose: “in Libia.”
Io gli dissi che mi era arrivata la cartolina e che la mia destinazione era Modena。
Lui disse: “Sono venuto assieme agli ufficiali per portare in Libia il nuovo reggimento 204 Artiglieria.”
Il Giglioli mi disse: “Se tu vai a Modena al 6° Reggimento Artiglieria, può darsi che tu venga con me in Cirenaica.”
Nei giorni successivi cessai di lavorare, andai a licenziarmi e mi diedero £ 200 e tornai a casa quasi contento.
In quel periodo erano passate da poco le feste natalizie: con la nostra orchestra eravamo molto impegnati nelle sale da ballo e ci divertivamo molto con tutti gli amici.
Con il Giglioli partimmo insieme perché lui era proprio del mio reggimento. Da quel giorno cominciò la mia lunga permanenza.
La mattina del 1° febbraio 1940, alle ore 6:40, partii per Empoli. Dopo un lungo abbraccio con la mamma, con la sorella Tina e il fratello Luigi, si fece la partenza in carrozza con il babbo, mio cognato Luigino, Borgioli Elio e Del Frate Mario.
Arrivammo a Pistoia verso le ore 10. Io fui destinato al 6° Reggimento Modena. Pensai subito a ciò che mi aveva detto il Giglioli: partenza per l’Africa. Al momento fui molto deluso ma poi mi feci coraggio e dissi fra me: ”Vorrà dire che vedrò anche l’Africa”.
Empoli (piazza dei Leoni = Piazza Farinata degli Uberti)
Fui molto dispiaciuto a dividermi dai miei paesani, però avremmo fatto presto a fare altre amicizie.

Capirete: la notte prima ero nel mio letto – io chiedo a chi leggerà queste righe se tutto questo era umano? Da quel momento mi accorsi cosa voleva dire NAIA.
La mattina del 3 febbraio ci fu la sveglia anche per noi reclute. Andai all’adunata ancora nel sonno, sulla neve. Dopo aver preso il caffè ci radunarono di nuovo.
Domandai a un ufficiale, senza neanche conoscere i gradi, dissi: “Ascolti ufficiale, le chiedo un piacere…”
“Io sono un tenente e quando vuoi parlare con me devi metterti a rapporto. Comunque, cosa desideri?”
“Se posso andare al comando perché ho una lettera da consegnare dove c’è scritto che ero proposto a Firenze per suonare nella Banda Militare, la Presidiaria, nella quale c’erano il Borracchin Tarcisio di Castra, Carboncini Nello e altri di Empoli.”
Sapete cosa mi rispose quel tenente?
“Il nostro comando è in Africa” – mi strappò la lettera e mi disse questa frase: “Artigliere… Tu dovrai morire sotto l’ombra dei miei baffi”.
Allontanatomi da lui piansi, magari dalla rabbia. Poi feci reclamo, ma non ci fu nulla da fare perché ero già destinato in Africa.
Dopo 20 giorni di addestramento, la mattina del 20 febbraio, vestiti con l’uniforme coloniale, partimmo alla volta della stazione di Modena. In testa al Reggimento ci accompagnava la Banda Musicale della città.
Quella breve sfilata per noi fu memorabile poiché dalle finestre e per tutto il percorso piovevano fiori da tutte le parti in segno di festa. Gradimmo quelle onoranze, anche se per noi non c’era una grande felicità.
La mia posizione era in prima fila, dietro la banda. Così tirai fuori dall’astuccio la mia tromba e cominciai a suonare assieme alla banda. In quel tempo erano in voga le canzoni che io sapevo a memoria: “Come Vento”, “Lo porti un bacione a Firenze” e tante altre. Fino alla stazione.
Alle ore 14: partenza per Napoli. La mattina del 21 febbraio, verso le 8.
Alla banchina c’erano due navi: la Piemonte e la Duilio. Io fui imbarcato sulla Duilio alle ore 12 e alle 15:30 la nave salpò verso l’Africa.
Il mare era molto agitato, furono due notti e tre giorni non molto felici come navigazione. Però io assieme ad altri suonavamo strumenti e cantavamo tenendo in allegria tutta la compagnia.
Dopo quei giorni di navigazione arrivammo a Derna, ma il mare era troppo brutto per entrare in banchina, così dovemmo proseguire per Tobruk.
Qui entrammo nella baia e potemmo sbarcare per mezzo di alcune zattere.
Era il 25 febbraio del 1940. Ad aspettarci c’era già l’auto colonna per prendere tutto il reggimento e poi andare ad Apollonia, dove ero destinato: Batteria Comando 204, Reggimento Artiglieria. La Batteria era proprio destinata a questa bella cittadina Orientale che si affaccia sul mare.
La permanenza fu breve, qualche settimana per addestramento alle armi e a tutti gli altri strumenti che servivano per la guerra.
Qui conobbi tutti i miei comandanti la Batteria: il tenente Caschi, il sottotenente Ciarini, il Sergente Maggiore Malanchi, il Sergente Mistretta. A me fu assegnata la categoria di trombettiere.
Ci armarono pesantemente, con viveri di riserva, pacchetto sanitario, armi.
Tutti i giorni addestramento alla guerra.
Dopo circa un mese andammo a raggiungere il Reggimento al villaggio Giovanni Berta. Questo era su altipiano nella zona della Cirenaica.
Derna distava da lì circa 40 chilometri. Dopo qualche giorno fui chiamato dal ten. Colonnello Zannutta per una comunicazione.
Dopo molte domande mi disse se fossi capace di insegnare a 12 trombettieri, uno per batteria: tutti i segnali reggimentali avrei dovuto insegnare a queste new trombe.
Allora mi procurò il libretto in musica dove erano scritti tutti i segnali. Questa per me fu una grande gioia perché fino a ora ero solo io a montare di servizio tutti i giorni. Andai per le batterie per cercare i trombettieri. Aderirono in molti però a me ne servivano solo 12. Con questi 12 tutte le mattine andavamo in un bel posto dove c’era un bel laghetto circondato da palme e fichi d’india.
Eravamo io e un altro anziano artigliere: lui montava di servizio il giorno e io la notte.
Il Colonnello Comandante, assieme a tutti gli ufficiali, dormivano in un fortino distante circa 500 metri (forse più) dall’accampamento.
Il Colonnello mi diceva: quando tu suoni il silenzio mi metto alla finestra per ascoltare quelle belle note che tu suoni molto bene. Perché tra quell’Oasi e l’Altopiano lo sentivano anche al Villaggio.
Questo benestare durò poco perché a Giovanni Berta ci sostammo fino al 28 febbraio e propria in quella domenica ricorreva la Santa Pasqua del 1940.
Il giorno successivo si partì per il fronte al confine italo-egiziano.
Dopo una giornata di marcia sugli automezzi, passando per Tobruk e poi per Bardia, percorremmo tutto il ciglione della baia fino ad arrivare sull’Altipiano di El Adem.
Lì c’era il campo di aviazione che conteneva 100 aereoplani da caccia.
Arrivammo circa alle ore 21. Qui ci servirono solo un gavettino di vino caldo (dopo una giornata senza mangiare) – pensate voi, a soldati che partivano per raggiungere il confine aspettando la guerra.
Poi montai la tenda e via a dormire – che naia!
Dopo circa un’ora e mezzo che dormivo mi venne un gran dolore ai polmoni, da non respirare. Un compagno di tenda andò subito a chiamare il Tenente Medico. Egli mi disse che avevo preso troppo fresco nel viaggio e mi somministrò due pastiglie di chinino: poi tutto passò: ghirba, come si dice in gergo militare (ghirba in lingua araba è la pelle) – cosa che avevo detto anche al medico.
Qui tutte le batterie furono schierate sul piano di guerra, dalla costiera di Bardia al deserto, compreso il forte Capuzzo. Questo era occupato proprio dalla mia batteria come comando. Io ero sempre a disposizione del colonnello Comandante Gianini di Firenze, dal quale partivano tutti gli ordini.
Io dovevo montare di servizio assieme all’amico centralinista nel caso di allarme (il centralinista si chiamava Rossi, di Ferrara).
Questo servizio era necessario poiché prima che scoppiasse la guerra per molte notti le auto blindate inglesi, come i beduini egiziani, varcavano il confine e si infiltravano nei nostri accampamenti per spiare, però anche le nostre pattuglie sortivano nel deserto e certe volte si incontravano con gli inglesi. I nostri soldati raccontavano che quando facevano questi incontri si scambiavano qualche parola (senza capirsi). Però i nostri soldati potevano avere un poco di vino, come dicevano loro, perché gli inglesi avevano tutto: ci davano biscotti, cioccolate… loro si accontentavano di un poco di vino.
Tutto questo succedeva prima che scoppiasse la guerra.
Il centralino comunicava con tutte le batterie e io comunicavo al comando. Su questo avamposto c’era tutta la divisione: prima i raggruppamenti libici, poi la fanteria, 3 battaglioni di camice nere, poi i mitraglieri (fra i quali c’era il Pallori Bellucci della Castellina), poi il Reggimento Genio (anche qui c’era l’amico Pelagi Orlandino di Limite). Poi c’erano circa 50 carri piccoli e auto blindate, poi c’era una grossa Compagnia di Zappatori (questi tutti o quasi della classe dalla 7° fino alla classe 10°). Loro servivano per fare le strade sul deserto. Poi c’era tutto il reggimento 204 Artiglieria che aveva il compito da El Adem di perlustrazione e gli strumenti a disposizione per badare tutto il fronte fino al 12° chilometro, come certi nostri cannoni che possedevano quella portata. Poi c’era uno squadrone di Cammellieri (mearisti) arabi, e due squadroni di Cavalleria. Il titolo di questa divisione era questo: Divisione Libica Camice Nere 3 Gennaio.
Tutto il fronte era diretto dal Maresciallo Generale De Bono che poi, circa un mese dopo, fu richiamato in Italia da Mussolini.
Il viceré della Libia, Italo Balbo, comandava tutti e due i fronti: il fronte Marmarico come quello Cirenaico. Poi la carica del Generale De Bono fu rimpiazzata dal Maresciallo Generale Graziani.
Il Comandante d’Armata era il Generale Somma, di Divisione il Generale Merzari.
A El Adem sostammo per circa un mese e mezzo, ma in tutto quel periodo vedevamo molto movimento di truppe provenienti dalla Marmarica, mezzi di tutte le qualità che si spostavano in avanposti su tutto il fronte.
Tutte le truppe di colore furono spostate verso il deserto sul confine.
I caccia decollavano continuamente per ispezionare tutto il fronte, però noi ancora non sapevamo nulla del fatto che eravamo prossimi alla guerra. Ricordo che tutte le mattine Italo Balbo (Vice Re o Governatore della Libia) con i suoi generali sorvolava tutto il fronte dal mare al deserto.
A proposito di Balbo voglio tornare qualche mese indietro per raccontarvi un fatto a me successo.
Il 23 marzo 1940, allora festa nazionale fascista, fondazione dei fasci italiani di combattimento, il mio Reggimento prestò il giuramento e per questa grande festa vennero Giovanni Berta, Italo Balbo con il generale d’Armata Somma e con tutti i suoi subalterni (la crema di coloro che allora comandavano tutta la Libia) In quel tempo io ero l’unico trombettiere che poteva fare buona figura, anche il Tenente Colonnello Zanutta voleva fare bella figura in questa bella festa, soprattutto con i suoi superiori. Le note che dovevo suonare erano queste: Marcia al Campo, 3 Squilli di Attenti. Per me queste erano molto facili e mi sentivo anche in forma.
Iniziò la cerimonia, il giuramento, io ero con tutto lo staff gerarchico per cui quando io suonavo tutto lo staff si doveva muovere.
Come già detto erano 3 squilli di attenti però alla seconda nota feci una stecca (come si dice in gergo musicale). Italo Balbo tornò indietro di pochi passi e mi disse con molta autorità: “Artigliere, tu mi hai fatto una pernacchia”. Io risposi: “No, Eccellenza, forse è stata l’emozione della sua presenza”. Egli domandò: “Di dove sei?”, risposi: “Sono di Firenze”. In effetti c’era una storia importante su Giovanni Berta di Firenze. Italo Balbo chiamò il Colonnello e domandò qualcosa che non capii. Il Colonnello gli disse che io ero un professionista. Mi fece ripetere tutte le note e le feci tanto bene che mi sentirono da tutto il villaggio. Allora mi disse: “Vedi che prima mi hai fatto una pernacchia?”
Così la cerimonia finì con grande entusiasmo per tutti.
Andammo al rancio speciale, il menù era questo: pastasciutta sul tonno (da fare schifo), spezzatino con patate e un gavettino di vino come tutti i giorni.
Fine di questo episodio.
A questo punto torniamo a El Adem. Qui ormai le giornate si svolgevano regolarmente, giocavamo a calcio e ad altri passatempi.
La sera del 10 giugno 1940 si udivano dei bombardamenti e cannonate su Tobruk e Bardia e anche verso il deserto. Ricevemmo al centralino il bollettino di Guerra. Gli apparecchi decollavano a decine. Il Colonnello mi diede l’ordine di suonare l’allarme e l’adunata per tutti gli ufficiali; sentivo che emanava ordini a tutte le batterie attraverso il centralino. A questo punto capii che era già scoppiata la guerra.
Nella grande tenda il comandante fece chiamare tutti i comandanti delle Batterie per dare loro tutte le istruzioni.
Durante la notte ci furono dei bombardamenti su Tobruk e Bardia, il fronte era calmo. Io, finito il mio servizio rientrai in tenda verso l’1:30, sapevo che dovevano arrivare dei soldati che erano in licenza in Italia.
A un certo momento ero quasi addormentato, sentivo parlare dietro la mia tenda: erano i soldati che aspettavamo, perché sentivo fare dei nomi che per me non erano nuovi, come Balducci (limitese di Pulignano), Bellucci Silvio (della Mollaia, Limite), Dainelli (Capraia) e tanti altri.
Con loro parlai a lungo e poi dissi loro di trovarsi alle 5 davanti alla tenda del magazzino dove erano tutti i viveri: io ero autorizzato a entrare.
Arrivati all’appuntamento io fornii loro viveri poiché erano stanchi e affamati. Mentre gli davo i viveri, nel cielo, appaiono a bassa quota, 9 apparecchi francesi. Prima bombardarono l’aereoporto e Tobruk, da qui si alzarono i nostri caccia e fu quella la prima battaglia aerea alla quale assistetti: quella era già la guerra.
Feci rifornimento ai ragazzi e nella giornata essi furono trasferiti alle loro batterie.
Il 4° giorno di guerra venne l’ordine che le nostre truppe avanzate avevano varcato il confine occupando i villaggi di Buk Buk e Sollum.
Per tutto il mese di giugno la Batteria Comando sostò sempre a El Adem. Poi, il 3 luglio ci spostammo ad Al Fajak che era anch’esso già occupato. Qui eravamo già in Egitto.
Non vi sostammo molto poiché non c’era tempo perché le nostre truppe di linea avanzavano abbastanza veloci. Ci spostammo al villaggio di Al Sufray che era anch’esso nel deserto già occupato.
Qui sostammo qualche giorno, le truppe avanzate erano in sosta poiché gli inglesi erano in ritirata.
In quei giorni ci fu solo qualche scontro di pattuglie o infiltrazioni notturne di qualche autoblinda.
Nel mese di agosto ricominciarono le vere battaglie. Le nostre truppe avanzavano molto lentamente. In quei giorni soffrivo molto nel veder passare sugli automezzi tutti quei bambini (come ero io) – faccio sapere tutte queste cose che io sapevo perché ero sempre al centralino a ricevere i bollettini di guerra. La tromba non suonava più perché si diceva che il nemico ci ascoltava. Allora mi dettero l’incarico di porta-ordini in motocicletta. Questo era molto pericoloso tanto più con quella moto sulla quale era già morto l’amico Toccafondi di Firenze. Il nemico ci osservava in tutti i nostri movimenti. Io dovevo sempre portare ordini a tutte le batterie, come l’altro mio collega: si doveva sempre portare ordini a tutto lo schieramento delle batterie (era un’occasione nella quale trovavo sempre vari amici, ma non c’era tempo per dialogare).
Le batterie nemiche sparavano in continuazione. Anche le nostre non erano a di meno.
Già sapevamo che la Francia era già finita. E desidero ancora rievocare un altro episodio, di quelli che non mi stancherei mai di raccontare, perché ne capitavano ogni ora qualcuno. Per esempio un altro è questo:
il 16 settembre 1940 dal deserto arrivò una squadriglia di apparecchi inglesi, prima andarono a bombardare l’aereoporto, poi tornarono indietro mentre i nostri caccia incalzavano il nemico. Arrivati sul nostro schieramento lanciarono degli spezzoni sui cannoni e mitragliate sulla truppa: piovevano a terra proiettili da tutte le direzioni. Io ricordo che lasciai a terra la moto e mi rifugiai in una piccola trincea. Poi tutto finì.
La sera il bollettino annunciava che la nostra divisione non aveva subito perdite, disse anche che 3 apparecchi nemici erano stati abbattuti nel deserto e un caccia italiano. Io fui impaurito per tutta la notte: mai avevo visto una cosa così anche se potevo immaginare cosa fosse la guerra.
Mi trovai solo nel deserto – per questo mi ero tanto impaurito. La notte non si potevano accendere i fari della moto, così mi persi un poco nel deserto. Meno male che avevo preso la direzione giusta verso l’accampamento e dopo circa mezz’ora ero arrivato.
Quello stesso giorno il bollettino riportava molte perdite da parte nostra. I giorni a venire fui comandato assieme al Sergente Maggiore e altri 2 artiglieri di andare a fare rifornimento di viveri alla sussistenza di Tobruk, per cui vidi con i miei occhi cosa era successo: nella baia era affondato il vapore Il Toscana, il Liguria ce la fece a mettere la prua sul ciglione. Di altre navi si vedevano solo gli alberi.
Il giorno 3 ottobre 1940 ci muovemmo in avanzata dietro tutte le nostre truppe. A questo punto racconto l’indimenticabile e triste serata del giorno 19-10-1940. Ci muovemmo in avanzata dietro le nostre truppe per raggiungere la zona di El Maktila, un piccolo villaggio egiziano nel deserto, non molto lontano da El Aelamei. A questo punto desidero raccontare ancora quella indimenticabile e triste serata del giorno10-10-1940. Mi comandarono di portare un ordine all’8° Batteria per l’appostamento dei 4 cannoni che essa possedeva e che dovevano spostarsi con il tiro su Sidi El Barrani, lasciando il presidio del caposaldo di Bir El Goby.
Tornando al Comando volli passare dalla II Batteria per salutare Balducci Lorenzo e tutti gli amici, però Lorenzo non lo trovai, era Attendente al Tenente Medico che era molto impegnato con i feriti che venivano da tutte le parti. Il Bellucci neppure trovai: era andato in polveriera per il rifornimento di proiettili. Al momento le cannonate piovevano da tutte le parti.
A questo punto potetti solo vedere Banti Nello di Fucecchio alla piazzola dove era piantato il cannone. Posai la moto e forse fui visto dal nemico. Le granate e gli spezzoni erano sempre in aumento, mentre i nostri cannoni rispondevano al fuoco. Io mi misi in una piccola trincea, nel mentre un forte boato centrò con una granata proprio la piazzola con i cannoni calibro 48.
Cessato tutto quell’inferno mi precipitai alla piazzola che non esisteva più: lì c’era una carneficina con tutti morti, però Nello mi chiamò dicendomi: “Antonini, aiutami.”
Lo presi sulle spalle per portarlo all’ospedaletto da campo. Purtroppo non feci in tempo, morì sulle mie spalle: anche lui lasciò la sua “ghirba” nel deserto egiziano.
Quando tornai per riprendere la moto il tenente si era ripreso, però vagillava e non capiva più nulla.
Mi vide e mi disse: “Artigliere, gira la coda del pezzo e metti in canna il proiettile.” Siccome aveva la pistola in mano, nelle condizioni in cui era non mi fidavo troppo. Mentre fingevo di prendere il proiettile, spirò. Vidi che gli mancava una gamba e non capivo dove fosse andata a finire.
Ma pensate! Quel tenente era quello che a Modena mi aveva strappato la lettera e che mi disse che dovevo morire all’ombra dei suoi baffi (questo tenente tutto il Reggimento lo chiamava “Pinco Pallino” – non era ben visto dai soldati).
Era il 3 luglio 1940: a questo fatto ripensai a lungo con dispiacere, però, nelle ore a venire, poteva toccare anche a me quella sorte. Questa era la guerra?
Ci spostammo ancora sull’altipiano di BukBuk. In quei giorni le nostre truppe avanzavano velocemente senza tanta resistenza da parte del nemico. La mia batteria prese posizione dentro il Forte di Capuzzo più spostato nel deserto.
Nella nottata del 26 ottobre 1940 fummo attaccati di sorpresa dai beduini egiziani e canadesi, provenienti dal deserto (come altre volte). Arrivarono improvvisamente, eravamo impreparati, nessun segnale era stato riferito dal centralino del reparto Mitraglieri che era caposaldo sull’Oadi (Uadi/Wadi), molto addentro nel deserto. Ci fu una grossa battaglia, però dopo circa 2 ore il nemico fu respinto sulle sue posizioni. Ci furono molte perdite da ambo le parti. Vidi i primi prigionieri nemici. Quando venne la mattina li portarono al forte e da lì furono subito trasferiti.
Nella Compagnia c’era anche il Bellucci, detto Pallori, della Casellina a Limite. Mi diceva sempre che in quell’occasione aveva sparato più di 1000 cartucce (questo me lo diceva a casa quando insieme si rievocava quella brutta nottata).
In quel forte sostammo poco più di una settimana poiché le nostre truppe erano in avanzata e l’artiglieria doveva seguirle. Noi prendemmo posizione sul caposaldo di Sidi El Barrani, già occupata.
Il comando si piazzò proprio sulla scogliera e qui per i nostri reparti sembrava una vera pace per noi che eravamo dietro agli avamposti, mentre questi non ebbero soste, c’erano sempre scontri.
Di quanto succedeva sul primo fronte non eravamo molto informati, fino alla sera, quando il bollettino di guerra ci venne comunicato.
Nel primo fronte, per molta parte del deserto, c’era la Divisione 21 aprile comandata dal Generale Galina. E la Divisione 23 Marzo che era composta da Bersaglieri, Truppe Libiche, Cammellieri (mearisti), Cavalleria con piccoli carri. Questa era comandata dal Generale Bergonzoli (detto Barba Elettrica).
Il giorno 6 dicembre 1940 venne l’ordine dal primo fronte di tenersi in allarme perché le truppe nemiche avevano sfondato su tutti i fronti con armi molto più potenti. I morti cadevano in massa, i prigionieri si davano al nemico senza combattere contro quei mezzi: non si poteva mica andare alla baionetta. I nostri soldati cercavano di ripiegare verso il mare, incalzati dal nemico che poi la costa fu la nostra trappola.
Il giorno 8 dicembre 1940 iniziò una battaglia che durò 3 giorni. Nella stessa nottata iniziarono le salve dalle navi inglesi che prendevano tutto il fronte a tappeto fino al mare. Squadriglie di aerei erano favorite dal chiaro di luna. Dei nostri aereoplani non ne esisteva neppure uno per la nostra difesa. Passò tutta la notte sotto il fuoco. Dal mare le navi inglesi facevano tremare la terra, gli stormi di apparecchi nemici oscuravano il cielo.
Sulla scogliera dove io mi trovavo ci sentivamo tutti più sicuri, infatti tutte le truppe ripiegavano verso il mare.
Guardavo il mare, pensavo e pregavo. Pensavo a tutti i miei cari e dicevo: “Al di là di tutta quest’acqua c’è l’Italia”.
Mentre mi riposavo per pochi minuti, giro la testa e vedo che si avvicinava un ufficiale con un soldato e avevano con loro la bandiera del Reggimento e una cassetta con i soldi che dovevano servire per pagare la DECA (cioè la paga per i soldati). Pensate, il soldato era Pelagi Orlando di Limite. Molto amici perché anche lui era canottiere. Ci fu un grande abbraccio con tante lacrime che versavano dai nostri occhi, magari anche per la gioia di quell’incontro.
Poi lui mi disse: “Beppe, siamo tutti accerchiati (lui veniva dalla prima linea), questa volta non possiamo farcela a rivedere i nostri cari e il nostro Limite.“
Andammo a mangiare qualcosa, avevamo fatto molti chilometri in ritirata ed eravamo sfiniti. Loro poi cercarono di raggiungere il loro reparto.
Orlandino lo ritrovai dopo 3 giorni nella lunghissima colonna di prigionieri assieme agli altri limitesi. Ci separammo perché chi era più forte camminava nei primi ranghi della colonna dove precedeva tutti i generali e tutto l’esercito degli ufficiali e sottufficiali.
Io, assieme al Balducci, rimanemmo nelle prime file della colonna perché non sapevamo quale sarebbe stata la nostra sorte ed eravamo molto impauriti.
Ritornando sul discorso della guerra, il 9 dicembre ci fu un poco di calma almeno dove io mi trovavo. Però all’imbrunire della sera La Marina Inglese ricominciò il suo martellamento su tutto il fronte.
Dal Comando fu emanato l’ordine di stare all’erta e a tutti i reparti, che si sentivano disorientati e senza comando, di ricompattarsi tutti sulla costa di ogni reparto ove essi fossero.
Il Generale Maletti prese il comando di tutti questi sciagurati, affamati e pieni di paura.
Quando gli ufficiali ebbero radunato tutti, mi chiamò un Capitano dei Bersaglieri per mettermi in quelle prime linee. Io gli dissi che ero un artigliere ed egli mi disse che eravamo in disfatta e dovevamo difenderci e che questo era l’ordine del Generale (figuriamoci, io non avevo ancora sparato una cartuccia).
Varcata quella trincea fatta di pietre, il Capitano fu il primo a sortire. Destino volle che egli fu colpito a morte proprio nella testa.
Ci fu chi andò all’assalto, comandati da un sergente, molti rimanemmo tra quelle pietre che furono la nostra salvezza, mentre degli altri, disperati tra feriti e morti, non ne tornò indietro neppure uno.
In quei momenti bisognava, chi era gisso, e non per fare l’eroe, fare anche come il nostro cervello ci suggeriva.
Io mi rifugiai insieme con altri soldati in fondo alla scogliera che era alta circa 30 metri, mi bagnava il mare (sempre meglio che le pallottole).
Nel frattempo passò sotto costa una barca con a bordo cinque o sei soldati che cercavano di rientrare verso Bardia. Chiedemmo loro se ci prendevano a bordo, la risposta fu NO, eravamo troppi. Fatti circa 500 metri la barca fu avvistata e mitragliata – non so la fine che essi fecero.
Ma ora voglio raccontare anche questo episodio perché appare, raccontandolo abbastanza buffo.
La mattina stessa del 10 dicembre 1940, verso le ore 6, venne al comando un Sergente Maggiore (non del nostro reparto) con 13 soldati inglesi fatti prigionieri nella nottata, e un capitano: avevano catturato un’autoblinda che era a circa 300/400 metri da noi. Andando a curiosare vidi una bella fisarmonica: me la feci mia, ma quando arrivammo al comando il Capitano Inglese che parlava col nostro comandante in perfetto italiano, disse a noi: “la fisarmonica non vi serve, tenetevi cioccolate e biscotti, perché Mussolini non ve ne ha mai date. E ora offriteci un gavettino di vino.”
Questo ufficiale era di Livorno, arruolato nell’esercito inglese perché, diceva lui, era antifascista. Poi disse a noi tutti: “Prima di notte sarete tutti prigionieri” – e così fu! Iniziò la grande battaglia finale e di essi non seppi più nulla. Però la verità è che alle 17:30 eravamo tutti prigionieri.
Soltanto poche forze ormai resistevano al nemico ripiegando verso Bardia.
Già prigionieri camminammo una notte nel deserto. La mattina all’alba ci fecero fermare per bere un poco di acqua, poi ci levarono le scarpe. Perché questo? Perché davanti a noi c’erano ancora 2 giorni di cammino nel deserto, così, con poche sentinelle, potevano controllare meglio quella grande colonna di prigionieri.
Domanderete, perché vi levarono le scarpe? Certo gli inglesi fecero bene i loro conti sul che fare: di giorno la sabbia del deserto è infuocata: la sofferenza più martoriale che io abbia subito in tutta la guerra.
Eravamo veramente disperati: chi invocava “mamma”, chi piangeva, affamati e assetati, peggio che la fame, si diceva: cosa ci faranno? Ora davvero non torniamo più a casa. La cosa più brutta era camminare scalzi sulla sabbia infuocata.
Il giorno 12 dicembre 1940 attraversammo molta parte del deserto che portava verso El Alamain.
Camminammo tutto il giorno. La sera, verso le 21, arrivammo sul porto di Marsamatuk (Marsa Matruh) – a me, come ad altri mille, andò molto bene: cessammo di camminare nel deserto.
Ci imbarcarono su una cannoniera, stanchi finiti, con i piedi tutti bruciati, ma quando ci diedero da mangiare i piedi erano già guariti: acqua, biscotti e scatole di carne: era proprio una festa.
Il Balducci era sempre con me: egli si attaccò alla mia giubba e non mi diede più la via.
Dal porto la nave salpò verso le 4 del mattino, arrivammo ad Alessandria alle ore 12. Dopo sbarcati ci misero nel campo di concentramento. Qui ci diedero una pappina e un tè caldo. Come vi dico la fame era troppo arretrata così tutto ci sembrava poco. Sognavo sempre quella minestra di cavolo e pane e i panoni che faceva il Bombolino al suo forno.
Dai civili egiziani non si ebbe buona accoglienza, anzi, ci tiravano addosso tutto quello che potevano trovare senza che le sentinelle inglesi dicessero qualcosa.
Il nostro campo era vicino al porto (forse per strategia). Qui tutte le notti c’erano bombardamenti dal cielo e dal mare da parte degli italiani.
Si sostò ad Alessandria fino al 25 dicembre 1940 – la più bella festa dell’anno: Natale!
Quel giorno e anche la notte fu un inferno: qualche nave affondata e il porto semidistrutto. La popolazione egiziana veniva ad insultarci al di là dei reticolati. Anche gli inglesi non si risparmiavano ai maltrattamenti verso di noi. Capirete: questa era la guerra. Ma, a questo punto, torniamo al Santo Natale e voglio ricordare anche il menù del giorno.
Dunque, primo piatto una pappina di orzo, tre cucchiaini di pappa – il recipiente l’avevo fatto da me con una scatoletta di carne, lo stesso il cucchiaio sennò bisognava riceverla nelle mani come facevano i beduini egiziani.
Però nei giorni a venire ci consegnarono un piatto di metallo e un gavettino (come sappiamo l’italiano sa arrangiarsi). Il tè dove avevo mangiato la pappa. Ci diedero (per 14 bocche affamate), un piccolo dolce come un panino, poi un altro dolcetto poco più grande di un cavalluccio, due mandarini … Tutto questo sempre per 14. Ma questa roba ce l’avevano offerta gli italiani che risiedevano ad Alessandria in quell’epoca. Spartimmo anche le bucce. Così passò anche il Natale del 1940.
Il giorno 27-12-1940 ci portarono in una zona chiamata Canale dei Coccodrilli che distava dal Cairo pochi chilometri e lì potevamo vedere la Piramide, però molto distante.
Il 6 gennaio 1941 si imbarcò a Suez per andare in India. Eravamo un convoglio composto da 19 navi, io fui imbarcato su una carboniera francese, il suo nome era Santhia (Sinthia).
Durante la navigazione nell’Oceano Indiano soffrimmo molta fame – già era più di un mese che ci davano quel tanto per aprire gli occhi la mattina – quando ci chiamavano per andare a prendere aria sul ponte non ci si faceva a salire le scale, molti preferivano restare a diacere sotto la stiva. I nostri ufficiali abbondarono a reclamare i nostri diritti. La risposta fu che quella era una nave da carico e non aveva il forno per fare il pane a 1000 persone, ma solo per l’equipaggio. Il pane che avevano portato a bordo per noi era tutto funghito per cui non potevano darcelo – e questo era vero perché si vedeva galleggiare sulle acque (ma vi assicuro che si sarebbe mangiato anche funghito)
Dopo 17 giorni e 16 notti arrivammo a Bombay (oggi Mumbay), stremati e affamati, non si stava neppure in piedi. In questi momenti ci era rimasta solo la gioventù, che a 20 anni sappiamo superare tutte le difficoltà che incontriamo davanti a noi.
Per nostra fortuna appena entrati in Baia, si videro molte canoe che si avvicinavano alla nave, erano tutti indiani, le canoe erano cariche di banane, fichi, noccioline e tanta altra frutta, però in cambio volevano soldi o indumenti. Quindi ci spogliammo quasi di tutto pur di mangiare qualcosa.
A molti nella nottata prese molto male allo stomaco per le bucce di banana che avevamo mangiato, neppure quelle buttavamo via (capirete il nostro stomaco, come quello di un gatto).
L’indomani sbarcammo e ci avviammo verso la stazione con molta fatica.
Qui tutto era nuovo e meraviglioso: la popolazione ci veniva incontro e ci acclamava, qualche voce diceva anche Mussolini Good, poiché gli indiani, tutti, non sopportavano gli inglesi.
Tutto questo non lo avevano fatto gli egiziani.
Imbarcati sul treno ci diedero da mangiare e ci servirono la prima fetta di pane: era più di un mese che non ne mangiavamo.
Una scatola di salmone con sott’aceti e una tazza di tè caldo – cose che non avevo mai mangiato a casa mia, tanto meno nel nostro esercito.
Il viaggio in treno da Bombay a Bangalore durò 4 notti e cinque giorni, c’erano anche le cuccette in legno, si riposava bene.
Gli inglesi erano ben organizzati. Durante il viaggio mi divertivo molto quando ci si fermava ad ogni stazione per scendere, per farci sgranchire un poco le gambe e si riempiva il treno di scimmie. Non dentro perché ci avevano già avvertiti che ad ogni fermata si dovevano tenere chiusi gli sportelli e i vetri.
Arrivati a Bengalore, dalla stazione, con gli automezzi, ci portarono a Gialachally/Jalahalli (distante circa 20 km da Bengalore). Qui c’erano già pronte le tende. C’erano 5 campi, io fui assegnato al 4° Campo D.
Qui c’erano i bagni per tutti, 500 per campo, avevamo tutto per le pulizie personali. Mangiare ce ne davano a volontà. A tutti noi ci sembrava di essere in un altro mondo.
Stavo riprendendo le forze. Nei giorni a venire gli inglesi ci portarono gli strumenti musicali per formare una banda e un’orchestra. Tutto l’occorrente per le pulizie personali, sigarette – 5 al giorno – palloni e divise complete per chi voleva giocare a calcio. I campi erano già pronti. Avevamo il cinema 3 volte la settimana, le bocce, il ping pong.
Con la banda si facevano dei concerti molto belli. Si organizzò il gruppo teatrale, si faceva la prosa, le operette in musica e recitazione – come lo Schiaccianoci, la Vedova Allegra, il Canto dei Cigni, La Cavalleria Rusticana e tante altre opere. Nei campi c’erano tanti validi organizzatori e bravi musicisti.
La sera si organizzava il ballo. La paga per noi orchestrali era la raccolta di sigarette fra i presenti.
Io ero il trombettiere di tutti e 5 i campi, dovevo suonare la sveglia in tutte le stradette dei campi. Essa non era bengradita dai compagni poiché sentivo in tutti i dialetti il detto: “Portalo in cucina, ha fame, tirategli un secchio d’acqua con quella trombaccia non fa più quel baccano” e tante altre parolacce. Ma io non me la prendevo, tanto sapevo che tutti mi volevano bene e con me si divertivano tutti.
Il 27 agosto ci furono dei traferimenti per Ceylon (oggi Sri Lanka), io lettera A e il mio compaesano lettera B, Balducci, assieme ad altri 180 fummo trasferiti in quell’isola.
Lì stavamo molto male per via del clima, c’era malaria e molte altre malattie tropicali.
In quel posto la permanenza fu di circa 9 mesi, ma per nostra fortuna in quel periodo si diceva che i giapponesi volevano occupare Singapore.
L’otto maggio 1942 fecero evacuare tutti i prigionieri da quell’isola. Il viaggio fu di 3 giorni. Il giorno 12 mattina arrivammo a Gialachally (Jalahalli). Io, quando entrai nel campo, feci un salto di gioia poiché ritrovai tutti gli amici: mi accolsero con tanta gioia poiché tornavo a suonare, cosa che non potevo fare in quell’isola.
Arrivato al campo, sempre 4° D, fu una gran sorpresa, perché le tende non c’erano più, ma c’erano belle baracche, molto grandi e più sicure per quando venivano quei grossi temporali. Poi, per tutte le pulizie dei campi erano addetti gli indiani.
Nelle baracche si facevano prove di musica e di teatro. La baracca dove c’era la Chiesa, dei monumenti fra cui quello del Duce che stava sopra un’aquila, una bella statua della Madonna col bambino nel centro del campo.
Tra i prigionieri c’erano dei grandi artisti, di tutte le categorie. Io ripresi l’attività con la musica e la mansione di postino.
La mattina e la sera ero a disposizione degli Ufficiali Inglesi dei 5 campi per fare la conta dei prigionieri. Finita la conta si suonava con la banda. Tutti i prigionieri correvano a suon di musica e facevano ginnastica.
Io passavo le giornate in ufficio con il Ragionier Fabbrini di Firenze, con il Capitano (Angola-Indiano) Gidnt (Gidney), il Sergente Maggiore Wighiam (Wigham) e il Sergente Boyle. C’era anche l’interprete dal tedesco Giovanni, con essi ci volevamo molto bene.
La sera dopo cena, quando non c’era il cinema, si faceva il teatro o un concerto o il ballo.
E così passavano i giorni, i mesi e anche gli anni.
INDIA 1942
E qui racconto un altro felice ricordo: l’incontro col mio caro amico Giovanni Castiglioni.
Una mattina, circa le ore 10, ero nel campo sportivo a passeggio e in quel momento si avvicinava una colonna di prigionieri italiani. Erano circa trecento che dovevano completare il numero dei prigionieri al Campo 5 D. Allora, tutti noi andammo loro incontro per vedere se c’era qualche paesano o amico. Tutti si vociava a non finire. Domande e risposte in tutti i dialetti: “oh che sei vivo… il tale è morto… io l’ho scansata bella…” e così via con tante altre domande.
Improvvisamente mi trovai davanti col mio caro amico Giovanni: facemmo un abbraccio che non finiva più, dalle nostre bocche non sortiva una parola, eravamo quasi scioccati. Ma quel lungo abbraccio, piangendo dalla gioia, finì.
Ci domandammo dei nostri genitori, se si riceveva posta da loro.
Giovanni non era troppo bene fisicamente, poi aveva sempre la divisa dell’esercito italiano (ricordo che aveva tagliato i pantaloni per farli corti). Lui mi diceva che veniva dalla giungla ai confini del Burma.
A questo punto le sentinelle australiane ci diedero l’opportunità di conversare a lungo con i nostri amici.
Io andai subito a procurare qualcosa per Giovanni: formaggio, scatole di carne, due belle magliette bianche, pantaloncini e calzini.
Ripeto, a noi in India non mancava nulla (però mancavano tanto i nostri cari).
Con Giovanni ci vedevamo mattina e sera, all’uscita per la conta.
In tutti e cinque i campi si sortiva nel campo sportivo per ginnastica e corsa a suon di musica. Così tutti sfilavano davanti agli ufficiali inglesi e alla banda, alla quale io appartenevo.
Quando Giovanni sfilava davanti a me correndo, pronunciava sempre qualche battuta: “Beppe, tu la sai lunga con la tua tromba, ma tu non corri mai.”
Allora Giovanni non stava più bene in quel campo, io fui costretto a parlare con il Capitano Ghidney, comandante del mio campo. Gli domandai se si poteva effettuare il trasferimento al nostro Campo di Giovanni. Egli mi rispose che era possibile. Poi, conversando, gli dissi cosa faceva nella vita civile. Il Capitano mi spiegava che c’era una circolare in tutti i campi per cercare persone con categoria di dattilografo o tipografo per poi trasferirli a New Delhi per stampare il giornale del Campo per i prigionieri di tutta l’India.
Il Capitano chiamò il Sergente. Loro parlarono a lungo (allora io non capivo molto l’inglese, ma l’interprete mi disse che lo volevano trasferire al giornale, erano dispiaciuti per me però loro dovevano obbedire agli ordini dei loro superiori).
Poi il Capitano disse a me: “Joseph, I am very sorry but I cannot have Giovanni come into thy Campo.”
A questo punto io mi pentii molto di essermi intromesso in questa mediazione, dopo tutto io cercavo di stare sempre più vicino al mio amico. Io però capii che il Capitano voleva far bella figura con il suo Comando e con le richieste di quella circolare.
Il Capitano fece trasferire Giovanni in una piccola tenda al Villaggio degli Ufficiali Inglesi.
Io avevo la possibilità di vedere Giovanni il Sabato e la Domenica perché andavo a suonare con l’orchestra da ballo in quel villaggio.
Anche questo durò poco poiché Giovanni partì per la sua destinazione, impiegato al giornale che veniva stampato in lingua italiana.
Da Giovanni ricevevo notizie tramite il giornale o qualche lettera personale. Mi informava che egli stava bene e mi ringraziava della mediazione che io avevo fatto per lui.
Così finì la breve ma felice storia in terra così lontana, l’India, col mio caro amico e paesano, Castiglioni Giovanni.
Nel 1943, l’8 Settembre, come sappiamo, fu l’armistizio. Nei campi ci fu una rivoluzione perché molti di noi erano contenti che era finita la guerra, tanti altri indossarono le camice nere con gagliardetti, in testa la banda e così sfilava il corteo.
Chi piangeva e chi impazziva di gioia. Io pensavo solo di essere prossimo a tornare a casa. In quei 4 anni passati in India avrei tante cose da raccontare, avventure belle, tristi e anche curiose. Mi divertivo molto praticando musica, stando assieme con gli elefanti da lavoro, avevo una scimmia che si fece la barba e poi morì, una storia da raccontare, ma voi domandate e io vi racconto tutto.
Nei Giorni A Venire
Venne l’ordine di trasferimento, ma noi non sapevamo per quale destinazione. Allora io domandai al Capitano. Egli pure mi rispose che non sapeva niente. Sulla circolare, solo mi disse che c’era partenza per l’Australia e l’Inghilterra. Tutti noi pensavamo al rimpatrio, ma purtroppo non fu così.
Il giorno 6 aprile 1944 si partì per Pona. Ci misero in un campo di smistamento. Da lì tutti i giorni c’erano partenze. Ci fecero il bagno, la disinfestazione, ci vestirono come i soldati inglesi con il solo riconoscimento di una bandierina sul braccio. Ci fornirono anche un bel cappotto (e noi si diceva: ma dove ci portano con questo equipaggiamento, al Polo Nord? – Il vestiario era tutto nuovo).
Il giorno 11 aprile 1944
Ci spostammo per poi raggiungere Bombay.
Quando fui sul porto e vidi le navi dissi: “Certamente ora andiamo davvero in Italia” (ma così non fu).
Imbarcai su un bel vapore che stazzava 25.000 tonnellate, il suo nome era Otranto. Era greco.
Si partì da Bombay, circa alle ore 12, un caldo che si soffocava. In poche ore eravamo già in pieno Oceano Indiano. Su quella nave c’erano imbarcati i generali, ufficiali con le famiglie e soldati che rimpatriavano in Inghilterra. A questo punto seppi che anche noi andavamo dove loro andavano (così svanì anche il sogno del rimpatrio).
Dopo 13 giorni e 12 notti si fece scalo a Capo di Buona Speranza, in Sud Africa per rifornimenti.
Erano le 8, alle ore 14:30 si ripartì, entrammo nell’Oceano Atlantico.
Quando fummo in pieno oceano ci unimmo ad altre 8 navi, si formò un convoglio. E avevamo di scorta un incrociatore e 2 cacciatorpediniere.
Nel 1944, l’Oceano era infestato da sommergibili tedeschi, ma tutto procedeva bene.
Trovai amici che in India non avevo mai visto. Uno era professore di violino S. Addonisio; Clarino, Pasquale; Sax, Liguori – tutti di Napoli, e io con la tromba.
Ci sentivano suonare in coperta, venne un marinaio che ci disse che il comandante ci voleva parlare. Fu così poi tutte le sere: si suonava nella grande sala da ballo.
Anche in qualche ora del giorno. Suonavamo al microfono e ci ascoltavano in tutta la nave.
Io e gli altri musicisti avevamo il permesso di girare per tutta la nave con un tesserino rosa che tengo ancora oggi come ricordo.
Ma sapete il signor Beppe dove passava più del suo tempo? In cucina.
Il viaggio di navigazione fu molto lungo, anche perché dovevamo fare le rotte molto più lunghe, il mare non era molto favorevole, per una quindicina di giorni l’oceano era molto agitato.
Io passavo il tempo al boccaporto di prua per guardare gli altri vapori dai quali emergevano eliche e timoni: proprio uno spettacolo (a me il mare non faceva male).
Una mattina che il mare si era un poco calmato, salii in coperta: era tutto nebbia, delle altre navi non se ne vedeva nessuna, rimasi molto meravigliato del fatto.
Però si scorgevano i divergenti che ogni nave in caso di nebbie adottavano – quella strategia per tenere unito il convoglio.
Mi fece molta impressione vedere a fianco della nave questo divergente, anche perché durante le giornate eravamo in allarme: come ho già detto le rotte erano assai più lunghe del normale.
Il viaggio di navigazione fu assai lungo, 46 giorni e 45 notti che non finivano mai.
Andammo fino alle coste del Canada per poi rientrare alla volta dell’Inghilterra. A questo punto il convoglio non esisteva più poiché ogni nave navigò per la sua destinazione.
IL 1° GIUGNO 1944
Sbarcai a Liverpool (Inghilterra). Dalla stazione partimmo col treno circa alle 15:30. Arrivai alla città di Sheffield la mattina del 2-6-44.
Gli ultimi ufficiali inglesi ci adunarono e ci fecere certe proposte su chi desiderasse cooperare con l’esercito della Gran Bretagna. Queste saranno le condizioni: i cooperatori avranno il trattamento simile ai nostri soldati: libera uscita senza sentinelle in campo, sul lavoro siete liberi e con questo tesserino di riconoscimento potete prendere certi bus di linea. I non cooperatori resteranno in campo anche dopo il lavoro e con la scorta delle sentinelle (capirete, loro cercavano di risparmiare soldati: in Inghilterra in quell’epoca non c’erano rimaste poi tante persone, quelle valide erano quasi tutte sui fronti a combattere).
Io cooperai … finalmente dopo 4 anni mi sentivo libero.
Il 5-6-44 partii per Chester. Nel campo dove io fui assegnato erano tutti cooperatori, ben organizzati: tutte le mattine sortivano per il lavoro a essi assegnato. La sera rientravano con i mezzi che li avevano portati la mattina.
Il villaggio (o paese) dove era il campo si chiamava Tarporley.
Dopo qualche giorno mi assegnarono il lavoro alla villa dei Conti Brownlow. La contessa aveva chiesto al comando di ottenere 4 italiani, uno di Firenze (che ero io), Riccione, Venezia e di Roma.
Da Tarporley la villa era distante circa 2 km. Noi quattro, per nostro piacere, andavamo sempre a piedi, si arrivava alle ore 10 poiché questo era il nostro orario.
La sig.ra Contessa ci aspettava al cancello con un bel vassoio con sopra 4 pacchetti di sigarette.
Alle ore 11 ci faceva preparare la colazione, si veniva chiamati dalla cameriera in una saletta dove la colazione era pronta.
Alle ore 13:30 la cameriera ci chiamava per la seconda colazione. Alla Contessa non interessava tanto che noi lavorassimo troppo, ma ci teneva molto ad avere gli italiani nella sua tenuta (ma questa era villeggiatura, non prigionia).
Io ero addetto alle scuderie assieme con Mr. Arthur. C’erano 7 cavalli da corsa e tutte le mattine dovevamo portarli a passeggio per la foresta.
Per la pulizia delle stalle c’erano gli addetti.
Gli altri 3 ragazzi erano, due col giardiniere, l’altro nelle serre con i fiori.
La sera alle 16:30 potevamo rientrare in campo.
Dopo la cena si andava in libera uscita. Si faceva teatro, Operette, concerti. Certe volte erano presenti anche gli ufficiali inglesi con le loro famiglie. Voglio dire che questa bella vita da fattore a me durò molto poco, circa 3 mesi perché lo scudiere si ingelosì di me poiché la Signorina – età 17 anni – desiderava sortire con me alla passeggiata mattutina con i cavalli.
Non so cosa raccontò alla Contessa poiché egli sempre mi spiava.
Un bel giorno, circa le 14:00, venne una camionetta della Polizia, mi prelevarono senza spiegarmi niente, mi portarono al Campo e in quella villa non ci tornai più con molto dispiacere.
Quella famiglia amava l’Italia perché tutti gli anni prima della guerra venivano in vacanza in Italia.
Ho voluto raccontare questa storia molto avventurosa: ne ho fatte tante di avventure nella mia permanenza in Inghilterra, ma questa è stata molto eccessiva.
Però con Cheila (Sheila) ci vedevamo il sabato e la domenica, poiché nei giorni feriali ricominciò ad andare a scuola, anche lei fu molto dispiaciuta del fatto.
Poi finì presto anche questa felicissima Love Story.
Nel campo feci parte del gruppo musicale e teatrale. Andavamo a fare dei concerti per gli ospedali, nelle chiese cattoliche e protestanti, così ci divertivamo molto (qualche volta per passare qualche giornata di svago chiedevo di andare sul lavoro).
Quando la nostra squadra di calcio andava in trasferta anche le squadre di soldati inglesi andavano tutte a fare tifo: Manchester, Chester Breedghe (Chester Bridge), Groo (Crewe), Winsford e tante altre città.
Nei due anni trascorsi in Gran Bretagna sono successe tante belle cose che non sto a dirle tutte, a me mancavano solo tutti i miei cari che da 6 anni non vedevo.
IL 1° GIUGNO 1946
Imbarcai di nuovo a Liverpool, finalmente per tornare in Italia. Sbarcai a Napoli dopo 5 giorni di navigazione, ritorno.
Partii da Napoli alle ore 14, arrivai a Firenze il giorno 6 giugno 1946.
Mezzi per venire a Empoli non ce n’erano. Le ferrovie erano distrutte, i ponti erano tutti giù, si vedevano solo molte macerie (che male).
Alle ore 6 circa arrivò un camioncino, così si poteva andare a Empoli o dintorni pagando.
Io, arrivato a Cortenuova, scesi perché sapevo che il ponte non c’era. Andai dai miei zii, erano circa le ore 7. Mi feci tutte le pulizie, mentre mio zio andò alla Tinaia per avvertire i miei genitori che ero arrivato.
Strada facendo, a piedi, al Capannone, mi venne incontro il mio Babbo: non vi dico la gioia (per questo anche si piangeva).
Quando arrivai alla Tinaia, qui, incontrai Carla Castigioni in bici, anche con lei un bell’abbraccio di felicità.
La sponda di Limite era piena di limitesi che mi aspettavano per festeggiare il mio ritorno al paese. Però debbo dire che quando vidi Piazza San Lorenzo dove io abitavo quasi a terra dove era la mia casa, tutto questo mi fece molto male.
Attraversai il mio Arno che tanto lo sognavo, scesi dalla barca, toccai terra limitese e la baciai a lungo. La gente non mi faceva mai arrivare, tutti volevano darmi il ben tornato. Arrivai in piazza che era piena di gente, però sentivo qualche voce che diceva: “Lasciatelo andare, c’è la Bubbola alla fonte che l’aspetta”. Certo io non capivo più niente, mi sembrava di essere in un altro mondo. Ma, arrivato alla fonte, lì c’era il tesoro di mamma, assieme con Tina, Fina, Giacomo e tutti i parenti. A lungo abbracciai mia mamma.
Poi ella esclamò questa frase: “Madonnina del Buon Consiglio vi ringrazio, almeno uno me l’ha fatto tornare” – ma Luigi non tornò più … Io non sapevo che il mio fratello Luigi era affondato assieme alla sua nave, la Corrazzata Roma. Per il momento ci si dimenticò di quella tragedia: dovevamo festeggiare il mio ritorno.
Però nei mesi a venire pensavamo molto al nostro Luigi, come tutt’ora, lo teniamo sempre presente nel nostro cuore con la speranza di rivedersi un dì.
Incontrai la mia Cosetta che da tanto tempo mi aspettava.
Poi la vita di tutto il popolo italiano riprendeva, piano piano: il lavoro, i divertimenti, tutti gli sport, la musica, il bel Canottaggio, si organizzavano serate danzanti.
Nel frattempo aspettavamo anche il prossimo ritorno di Giovanni Castiglioni del quale con i suoi genitori parlavamo sempre, di lui e della fantastica India.
Quando tornò Giovanni i suoi genitori ci fecero un bel pranzo, Giovanni Orlandino e Beppe.
Insomma: eravamo al nostro Limite, e con le nostre famiglie, ed eravamo felicissimi.
Raccontavo agli amici tutte le mie avventure dei 6 anni (e più) fra guerra e prigionia. Però l’India l’ho ancora nel cuore perché essa è meravigliosa.
Antonini Giuseppe – Beppe

La ricostruzione che segue sulla morte di Italo Balbo è tratta da una fonte storica dell’epoca. Ho voluto riportarla integralmente insieme ai miei ricordi, anche se non appartiene direttamente alla mia esperienza personale.
La Misteriosa Morte del Vice Re della Libia – Italo Balbo
Queste righe sono state rilevate dalle pagine della storia.
Il 28 giugno, dopo aver conferito con il Maresciallo Balbo in Derna circa le esigenze dei reparti e delle basi, fui invitato a colazione alla sua mensa.
Erano presenti: il Generale Tellera, il Generale Porro, il Generale Silvestri, il Console Garetti, il Ten. Colonnello Sorrentino, il Capitano Quilici, il Tenente Lino Balbo, nipote di Italo Balbo e Federale di Ferrara.
Pervenuta comunicazione dal comando delle truppe del settore Est, della rioccupazione di alcuni territori prossimi al Confine fra i quali quello di Sidi Azeiz, e quello dell’Aeroporto di Manovra, il Maresciallo Balbo, che già da alcuni giorni aveva dimostrato desiderio di recarsi in quella località, decise immediatamente di andarci in volo con l’intenzione principale di passare in rivista la Divisione Libica che aveva effettuato la rioccupazione e tenere rapporto agli ufficiali di quei reparti.
I presenti manifestarono il desiderio di far parte della spedizione al seguito del Maresciallo, seduta stante. S.E. Balbo impartì questi ordini:
“Il Generale Silvestri si rechi subito a Sidi Azeiz con la scorta di 5 apparecchi da caccia per avvertire i reparti libici dell’ispezione che tra qualche ora sarebbe passata dal Governatore.”
Lo stesso Generale Silvestri partì con un apparecchio Ghibli dall’Aereoporto di Tobruk per dare l’ordine ad altri 5 caccia di restare pronti a decollare dalle 17:15 in poi per fare da scorta ai due apparecchi S. 79. Erano quelli rispettivamente che, transitando su Tobruk, si sarebbero fermati per poi recarsi a Sidi Azeiz.
I due S. 79 erano quelli assegnati alle persone del Maresciallo Balbo e del Generale Porro.
Il Maresciallo prima di lasciare la mensa diede l’appuntamento per le 16:45 all’aereoporto di Derna dal quale sarebbe partito alle 17. Egli stesso stabilì la suddivisione tra i presenti dei due S. 79 e decise che sul suo velivolo il Magg. Frailich e gli specialisti avrebbero dovuto prendere posto.
Il Console Garetti, il Capitano Brunelli, il Capitano Quilici, il Tenente Lino Balbo e il Tenente Gino Florio, mentre i rimanenti destinati al S. 79 del Generale Porro sul quale oltre al sottoscritto il Capitano Leardi e gli specialisti, salirono a bordo il Generale Tellera, il Tenente Colonnello Sorrentino e il Capitano Goldoni. Partiti dall’aereoporto di Derna alle 17, gli apparecchi si diressero in sezione ravvicinata sull’aereoporto di Tobruk per rilevare i 5 caccia che dovevano scortarli.
Appena giunti in prossimità di detto aereoporto a quota poco superiore ai 1000 metri ci accorgemmo che sull’aereoporto stesso stavano cadendo delle bombe i cui effetti si dimostravano palesi risultando che due apparecchi a terra erano in fiamme: l’aereo del Maresciallo non deviò dalla rotta e transitò alla stessa quota sul campo che in quell’istante era bersaglio dell’offensiva nemica. Due o tre bombe caddero ancora e nessuno di noi, pur sforzandosi, riuscì a farlo scorgere agli apparecchi inglesi che venivano bombardati. Essi dovevano essere ad altissima quota in numero davvero grande da calcolare e con un numero non irrilevante di bombe da essi sganciate (circa 50).
Quasi sulla verticale dell’aereoporto fummo investiti da una centratissima salva di artiglieria: sparavano, le artiglierie costiere e quelle di una Regia Nave della baia di Tobruk, proiettili traccianti di 20 millimetri.
Istintivamente, gli apparecchi, disunendosi dalla formazione opposta a noi, verso il mare, mostrarono l’apparecchio di Balbo, alla nostra destra, andare verso terra.
Intanto il tiro, già aggiustato delle batterie, continuava.
Vedemmo l’aereo del Maresciallo scivolare repentinamente su un’ala e quindi precipitare verso il suolo dove, dopo l’urto, si incendiava.
Anche il nostro velivolo era in varie parti colpito da schegge e proiettili di mitragliatrice: consigliammo perciò al Generale Porro di dirigersi verso l’atterraggio al più prossimo aereoporto in modo da toglierci da una posizione molto pericolosa.
Poco dopo atterrammo all’aereoporto di El Gazzala, da dove, subito, raggiungemmo Tobruk.
Sul posto fu constatato che l’apparecchio del Maresciallo Balbo, colpito in pieno da un proiettile di artiglieria, era caduto in scivolata incendiandosi all’urto.
Tutti i componenti l’equipaggio erano deceduti all’istante.
La sera stessa il Generale Porro partì per partecipare la notizia ai familiari del Maresciallo Balbo che si trovavano a Cirene.
Lo scrivente, rientrato nella notte a El Gazzala, proseguì alla missione a cui era stato incaricato.
La morte di Balbo libera comunque un regime da un pericoloso ribelle, e Mussolini da un candidato alla sua successione.
Alcuni anni dopo, nelle squallide giornate della Repubblica di Salò, Mussolini ricorderà il suo quadrumviro con queste parole:
“Balbo? Un bell’alpino, un grande aviatore, un autentico rivoluzionario e il solo che sarebbe stato capace di uccidermi” – Mussolini
FINE
(nota)
In chiusura del manoscritto compare il nome “Bini Nino”, probabilmente indicazione della fonte dei ricordi qui riportati.
TRE GENERAZIONI IMPEGNATE NELLE GUERRE
ANTONINI LUIGI
Nato nel 1843, gennaio e morto nel 1925, febbraio.
Egli fu protagonista alla battaglia di Calatafimi dell’15 maggio del 1860 con Garibaldi. Pochi giorni prima, l’11 maggio era avvenuto lo sbarco dei Mille.
Sempre nel 1860 fu marinaio imbarcato sulla nave da battaglia Il Governolo.
Antonini Luigi fu ferito nel combattere all’arrembaggio.
Come lui sempre raccontava alla gente, era molto orgoglioso di quel tempo passato con Giuseppe Garibaldi. Il Governolo (nave) partecipò alla battaglia di Lissa, assieme alla nave Palestro. La Palestro fu affondata. Le altre tre navi furono molto danneggiate.
Nonno Gigi parlava sempre di quella battaglia e ricordava sempre il comandante Alfredo Cappellini. Quando ricordava tutto questo, piangeva perché non sopportò mai quella battaglia persa.
Quando egli morì nel 1925 la sua bara fu coperta con la bandiera tricolore d’Italia. E anche la sua camicia rossa con Fuciacca e cappello, che la teneva custodita in un cassetto: la sua divisa di Garibaldino.
Ricordo ancora che quando mi portava a quel cassetto per mostrarmi quell’eroica divisa, egli piangeva e io dicevo a lui: “Nonno, perché tu piangi?”
Giuseppe Garibaldi morì nel 1882
FINE DEL RACCONTO
(Bini Nino)
LE VILLE IN PROVINCIA DI AREZZO
“In questa casa la sera del 23-7-1849 pernottò Giuseppe Garibaldi col suo luogotenente Ciceruacchio. Dopo la caduta della Repubblica Romana in fuga per la libertà di Venezia.“
“Il 29-7-1982, nel centenario della morte, posero in ricordo del suo passaggio della caravana il Tricolore.“
Queste scritte sulla lapide le ho ricopiate io stesso perché in quella casa abitavano i miei amici e io capitavo molto spesso in quella casa.
ANTONINI PALMIRO classe 1887
Fu marinaio imbarcato sulla corazzata Regina Elena. Su questa Regia Nave, assieme all’incrociatore San Giorgio, erano imbarcati i limitesi Cecchi Fosco e Grazzini Antonio (detto Tonino il Novalestro).
Queste navi parteciparono agli sbarchi e all’occupazione di Bengasi, Derna e Tobruk. Questa fu la guerra italo-turca del 1911-1912.
Finita quella guerra, dopo aver fatto tre anni in marina, li richiamarono nell’esercito poiché nel 1914 scoppiò la Prima Guerra Mondiale.
Antonini Palmiro, verso la metà del 1914, lo richiamarono alle armi, allora nel Genio Pontieri. Fu trasferito a Fossano nella categoria dei Carpentieri Navali per costruire barche che servivano per fare i ponti sui fiumi e per far avanzare l’esercito durante l’avanzata, come il Piave, l’Isonzo e il Panaro (questi fiumi il mio babbo li ricordava sempre).
Con queste poche righe ho voluto descrivere i tre anni di Guerra di Antonini Palmiro, classe 1887.
E così finì l’atroce NAIA anche per lui.
MA NON È FINITA
Altra e ancora più atroce e sfortunata sorte
L’otto settembre 1943, il grosso della Squadra Navale Italiana si trovava all’ancora sul porto di La Spezia da oltre un anno, ossia dalla Battaglia Navale di Mezzagosto del 1942.
Le nostre corazzate non erano più uscite in mare. L’assoluta mancanza di nafta aveva impedito ai comandi di progettare qualsiasi operazione.
Quella mattina i serbatoi delle navi erano colmi ma con la consapevolezza che si trattava dell’ultimo quantitativo di carburante a disposizione.
I Comandi attendevano ordini. A bordo c’era grande nervosismo. Lo stato d’animo degli equipaggi era stato definito, dalla Super Marina, saldo, ma non lieto.
Gli ultimi avvenimenti avevano creato fra i marinai, come tra i soldati dell’esercito, una comprensibile atmosfera di attesa. Continuamente circolavano voci e notizie infondate e contrastanti. In particolare si temeva un colpo di mano tedesco dopo che era giunta la notizia che Rommel, comandante del gruppo di Armate B dislocate nell’Alta Italia aveva dislocato senza preavviso tre divisioni germaniche attorno al Golfo di La Spezia.
Il dramma comunque stava maturando anche se tutti a bordo, compreso il comandante della Squadra – Ammiraglio Bergamini – ignoravano che già cinque giorni prima, a Cassibile in Sicilia, il Generale Castellano aveva già firmato per conto del Maresciallo Badoglio la resa senza condizioni. Tutti i marinai si aspettavano che, da un momento all’altro, succedesse qualcosa di grosso.
La convinzione più diffusa fra gli ufficiali era che la Marina dovesse dar fondo alle esigue scorte di combustibile per affrontare l’ultimo scontro con il nemico. Tutti naturalmente pensavano che si sarebbe trattato di una battaglia perduta in partenza, ma i più romantici preferivano questa soluzione piuttosto che restare a marcire nei porti come accadeva da più di un anno.
Quella mattina dell’otto settembre 1943 i marinai della squadra credettero che la giornata decisiva fosse arrivata.
Alle ore 10 infatti era giunto da Supermarina l’ordine di accendere le macchine e di tenersi pronti a muoversi dalle ore 14 per un intervento nella zona di sbarco. L’attesa a bordo dell’ordine di muoversi fu lunga ed estenuante.
L’Ammiraglio Bergamini chiamò più volte Roma al telefono per sollecitare da Supermarina il permesso di partire. Ma a queste ansiose richieste furono date delle risposte sempre più evasive.
Il dramma a bordo della squadra scoppiò clamorosamente alle 19:45 quando la radio lanciò il messaggio del Maresciallo Badoglio che annunciò l’Armistizio. A bordo la confusione provocata da quell’annuncio fu enorme. Al sollievo che tutti provarono per la fine della guerra sfortunata, si univano lo sgomento e la preoccupazione di ciò che poteva riservare alla Marina e all’Italia l’immediato futuro.
Fu in quel momento che ogni uomo a bordo si trovò a fare i propri conti con la coscienza di soldato impegnato da un giuramento di obbedienza.
E occorre dire a questo punto – contrariamente a quanto accadde nelle caserme dove, venuti a mancare i comandanti, i soldati si sbandarono – gli equipaggi delle nostre navi rimasero tutti compatti attorno ai propri comandanti.
Tuttavia la prima reazione che si registrò fra il personale di bordo fu l’unanime decisione di affondare le navi.
Non si vedeva d’altronde altra via d’uscita. Il Comandante della Squadra, Ammiraglio Bergamini, che aveva le insegne sulla Roma, la più giovane e più bella delle nostre corazzate, si fece interprete di questa decisione presso il Capo di Stato Maggiore e Ministro della Marina De Corten che prese contatto telefonico con l’Ammiraglio Bergamini giacché gli appariva urgente e indispensabile esaminare la situazione morale della Squadra da Battaglia per, essendo pronta a combattere, portarla a quella temperatura che era indispensabile per affrontare la prova suprema.
Veniva a trovarsi da un momento all’altro nelle condizioni invece di dover praticamente consegnarsi nelle mani del nemico. L’Ammiraglio Bergamini, colto di sorpresa dalla notizia dell’armistizio, fece presente che lo stato d’animo degli Ammiragli e dei Comandi sott’ordini che egli aveva convocato, era unanimamente orientato per l’affondamento delle navi. Ma poi fu deciso di partire per La Maddalena dove era già tutto predisposto per l’ormeggio. Ma qui finisco questo brano di storia per raccontare quello che mi hanno riferito i marinai di Limite che in quel momento si trovavano a La Spezia.
Luigi era già sulla banchina pronto per imbarcarsi assieme a tutti i marinai di Limite che non erano imbarcati (salvo Mazzantini Orlando che era imbarcato sulla Vittorio Veneto, corazzata).
Ma Luigi con Maris Salani decisero di risalire a bordo dicendo che su quella nave si sentivano più sicuri.
Il mio babbo allora lavorava in Arsenale a La Spezia, così, all’annuncio dell’Armistizio, egli si precipitò per prendere Luigi, ma purtroppo era già notte da qualche ora e quando babbo arrivò sulla banchina, dove quasi tutte le sere si incontravano, tutta la flotta era già salpata, così non gli rimase altro che osservare quelle piccole luci della Roma e, con un bacio soffiato verso di essa, diede l’addio al suo figlio Luigi che navigava verso il suo destino.
La Roma fu colpita da attacco aereo nemico e affondata, così Luigi e Maris non tornarono più.
Avrei tante cose da raccontare ma qui finisco per dire ai miei nipoti e a tutti i giovani d’Italia e del mondo che non l’abbiamo voluta noi la guerra che abbiamo fatto, ma ci hanno strappato dal petto e dall’affetto di nostra Mamma e dei nostri cari per anni.
Tutto questo lo raccontiamo noi che siamo tornati, siamo stati dei più fortunati, ma milioni di altri, sfortunatamente nella più bella gioventù ci hanno lasciato la vita con tante mamme a piangere aspettando chi mai più è tornato. Per cui, giovani di tutta Italia: non più guerre, ma Pace Pace Pace…
Antonini Giuseppe
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