Sipontina

Naturalmente l’arte è metafora e creazione: è metafora in quanto mimesi del reale, vi fa riferimento essendo altro; è creazione in quanto la mimesi viene investita dello spirito dell’autore, del suo spirito. Ogni ritratto è il ritratto dell’autore, tutti i personaggi del romanziere sono pieni del suo spirito, hanno la bontà, l’onestà, la cattiveria, l’ingenuità e l’astuzia dell’autore.
Naturalmente si parla dei personaggi che dell’autore accolgono lo spirito, i personaggi cosiddetti iconici. Altri personaggi sono descritti solo esteriormente se rispondono alle “intenzioni” dell’autore e quindi incapaci di accoglierne lo spirito. Lo spirito non è intenzione, spesso anzi va contro l’intenzione stessa dell’autore e l’autore si trova a combattere contro se stesso, il suo spirito forza la sua intenzione e la sua intenzione fa resistenza. Ma il grande artista subisce lo spirito e soccombe nella sua volontà. Assurdo? No, lo spirito pur nascendo nell’individuo è universale, è l’universalità che abita l’individuo che, pur avendo la sua forma, il suo sguardo, la sua esperienza, si innalza su tutto ciò per guardarlo dall’alto.
Per arrivare a tanto l’artista deve tornare sulla sua esperienza, deve padroneggiare il mezzo con cui operare la mimesi e deve trovare la libertà da tutto ciò per infondere il proprio spirito.
Esiste ovviamente anche un’operazione ulteriore, quella che mira a cancellare le tracce del reale, a nascondere il proprio volto, a diventare irriconoscibile per concentrarsi sulla metafora assoluta, per infondere lo spirito nel concetto, per inventare forme di codificazione sempre nuove o assolutamente personali.
Questa seconda operazione spezza le tradizioni e si rivolge all’uomo globale, mira a un contatto puramente spirituale. E tuttavia non c’è un salto di qualità se non valutata sulla base dell’imprinting spirituale, non tecnico, se non in quanto questo sappia essere superato nella sua tendenza imprigionante per imporvi la propria potenza creativa.

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