CLAUDIO BALDUCCI
Se siamo una società abbiamo bisogno di comunicare. Per comunicare abbiamo bisogno di essere informati.
Per essere informati abbiamo bisogno di avere fonti di informazione. Quindi abbiamo bisogno di giornalisti.
I giornalisti raccolgono informazioni e le diffondono ma poiché le informazioni possibili sono innumerevoli e non sarebbe possibile né utile diffonderle tutte, i giornalisti, naturalmente le selezionano: intervento umano.Tutti hanno paura dell’intervento umano. Ci sono regole per la selezione?
Difficile quindi la verità – concetto bello da dire, difficile da concepire, quasi impossibile da perseguire se non per approssimazione.
Per esempio le notizie scelte possono essere vere o non vere. Ma anche una notizia vera senza un’altra notizia vera, rischia di essere ingiusta: Mario ha strattonato Giorgio e l’ha fatto cadere: notizia vera che però non dice che Giorgio stava cercando di derubare Mario.
Esempio assai semplice in verità, ma ce ne sono di più complicati. Per esempio il riscaldamento globale – è umano o naturale? Per esempio il ruolo delle ONG nei salvataggi in mare dei profughi: sono al soldo di complottatori o svolgono un’opera umanitaria.
Ma ci sono anche le mille notizie disgregate, di massa, che brulicano nel mondo del web e dei cellulari: le catene di sant’Antonio, il bullismo che carica notizie malfamanti a volte carpite, a volte falsate, a volte inventatre di sana pianta.
Se la società ha bisogno di informazione, molta informazione è oggettivamente volta a minare la società.
In effetti la società si pone, a chi ci vive, prima di tutto come un dato di fatto all’interno del quale ognuno può rivolgersi per ottenere il massimo vantaggio.
Uno dei vantaggi possibili è quello di influire su un certo gruppo di persone le quali finiscono per rappresentare la forza di chi detiene il potere dell’influenza – sia esso un partito politico, un’associazione, un gruppo di amici. Non è determinante la quantità relativa, il raggiungimento del massimo di influenza, è determinante l’esistenza dell’influenza, molta o poca che sia. Tutto ciò porta a un meccanismo disgregante, possibile in assenza della coscienza delle ragioni che reggono la società in cui si vive.
Un fattore di ulteriore indebolimento delle ragioni della coscienza collettiva è dato dal panorama sociale che stiamo vivendo. Il mondo di cui abbiamo ancora memoria – fino alla prima guerra mondiale – si reggeva sostanzialmente su una comunicazione basata sui libri: lunghi testi di approfondimento di un argomento o di costruzione di un universo immaginario.
Poi sono venuti il cinema, la radio, la televisione. Pur in situazione concorrenziale il libro reggeva ancora nei loro confronti. Ma la situazione è radicalmente cambiata con l’avvento dei cellulari, di internet e dei social. Ognuno di noi, oggi, è continuamente bombardato da mini-messaggi, mini-riflessioni, mini-creazioni, mini-grida di dolore. Il rimpicciolimento del messaggio si accompagna alla moltiplicazione dei messaggi e degli emittenti. Ne risulta un tappeto comunicativo onnipresente che occupa il cervello e gli impedisce ogni tipo di approfondimento.
Questa riduzione di approfondimento è accentuata dal processo di globalizzazione che, mentre allarga i contatti a livello globale si scontra con la possibilità comunicativa dello strumento linguistico: mentre poche lingue si affermano come lingua franca, la maggior parte delle altre si riducono a provincialismo. Il problema del provincialismo è che esso si chiude all’universalità.
Il grande pensiero può vivere solo se riesce a sentirsi universale, altrimenti si atrofizza e si riduce a pensare a piccole cose.
Ma anche le lingue franche si trovano a vivere una situazione simile: una lingua franca ha dei limiti: più si estende, meno viene sentita strumento di espressione. Può ancora sentirsi strumento del pensiero, ma non di espressione. Ma il pensiero senza possibilità espressiva si rachitizza. Anche l’inglese insomma sente di non essere lo stesso inglese in Inghilterra, negli Usa, in India, in Australia e ancor meno in Nigeria o nei paesi in cui lo si parla a stento come lingua straniera.
Infine un problema nostrano, che gli operatori spacciano per intoccabile, unico e prestigioso, risolutore di problemi universal. Si tratta dell’albo dei giornalisti. L’Italia è in effetti l’unico paese al mondo ad averlo. C’è stato un tentativo di referendum-ammucchiata qualche decina di anni fa e nell’ammucchiata si perse, ma la cosa interessante è che nessun giornale si mostrò a favore dell’abolizione dell’albo dei giornalisti. Cos’é?
Prendiamo da Preziosi-Faustini ( qui ) l’informazione:
È un ente di diritto pubblico, istituito con la legge n. 69 del 3 febbraio 1963, denominata “Ordinamento della professione giornalistica”. Suoi compiti principali sono la tenuta dell’Albo professionale e la disciplina degli iscritti. Più in particolare l’O.d.G. è tenuto per legge a garantire la formazione e l’idoneità di chi accede alla professione, nonché la tutela e il rispetto della deontologia professionale. Di fatto si tratta di uno strumento che consente alla categoria di autogovernarsi e conservare la sua autonomia contro ogni forma di controllo o aggressione dall’esterno o dall’alto.
Perché mai la catgoria dei giornalisti deve aver bisogno di autogovernarsi? Contro chi?
Il tema principale non è il giornalismo, è la libertà di espressione, di pensiero e di stampa. Tale libertà non può esser ridotta a una categoria professionale, essa è rivolta all’intero corpo sociale.
L’albo dei giornalisti non può esser equiparato all’albo dei medici: i medici devono garantire la conoscenza dei procedimenti e delle tecniche, e devono garantire la deontologia verso chi tali tecniche non ha.
La libertà di pensiero e di stampa non può far riferimento a un corpus scientifico di conoscenze perché esso è l’essenza della libertà dell’intero corpo sociale nelle sue infinite articolazioni. Possono esserci delle scorrettezze?
Naturalmente, ma contro di esse (divulgazione di notizie false e tendenziose, reato di calunnia eccetera), esistono le leggi ordinarie. Come in ogni altro paese del mondo.
L’ordine dei giornalisti dà maggior forza nel combattere tali reati? Al contrario, li favorisce, pone resistenza all’intervento dello stato e priva comunque lo stato di un’articolazione investigativa. Favorisce l’accordo illecito e lo scambio di favori perché esiste un monopolio di fatto che può esser commercializzato.
Il processo è quindi questo:
la libertà di stampa è minata dall’avvento di nuove tecnologie e nuovi mezzi di comunicazione, il pensiero stesso fa fatica a seguire un suo percorso di riflessione, il mondo arranca ovunque. Ma in Italia infinitamente di più.