stralci:
CLAUDIO
carissimi,
Relativamente all’ultimo incontro abbiamo precisato la possibilità di muoverci su due location e in certi casi anche su una terza:
- la campolmina dal 19 marzo al 4 aprile
- il Palazzo Datini che può essere in contemporanea, o anticipato o posticipato o varie di queste cose insieme
- il circolo Zanobetti che può essere utilizzato per iniziative particolari, incontri, cene o altro.
Ricordo che il progetto complessivo ha varie articolazioni previste: mostra/e d’arte, la Turandot, una mostra su Giuseppe Verdi, un musical su Matteo Ricci e varie iniziative estemporanee (letture, presentazioni libri, performance varie, sfilate, eccetera).
Tutto ciò è nei progetti che vanno a lungo termine e che hanno bisogno di preparazione. L’inizio è concentrato sulla mostra/mostre (Campolmina, Palazzo Datini) con varie iniziative in contemporanea.
Nell’ultima riunione ci siamo concentrati su questo e precisamente su 3 aspetti:
- la necessità di lavorare per un coinvolgimento maggiore della componente cinese. Ignazio dovrebbe prendere il primo collegamento, ma cercheremo altri agganci;
- cominciare a pensare – ciascuno di noi – al contributo che personalmente può dare livello di iniziative estemporanee.
- elaborare un tema generale sul quale dare una lettura della mostra e nel quale indirizzare anche le iniziative di cui al punto 2.
Nel corso della riunione si è chiarito che non si tratta di dare un tema a cui ispirarsi in modo esterno e posticcio. Al limite ogni artista può fare il suo discorso e l’unitarietà potrebbe limitarsi solo al modo di leggere le diverse opere.
Tuttavia l’intenzione iniziale e’ un po’ diversa: si tratta di accompagnare i lavori di organizzazione delle varie iniziative non abbandonando un discussione fra di noi. Noi organizziamo le iniziative e contemporaneamente parliamo di un tema generale.
La discussione accompagnerebbe i lavori facendo da sottofondo e quindi da stimolo in qualche modo fertilizzante. Niente di impositivo (cosa sempre astratta) ma lavoro di arricchimento vicendevole.
Considerando che l’esperimento che stiamo facendo è un tentativo collettivo che mira a confrontare un gruppo di artisti con artisti di un’altra cultura, quella cinese, e considerando quindi che l’esperimento mette a confronto due realtà creative, culturali e politiche diverse, siamo partiti come primo spunto dalla considerazione che in occidente esiste oggi una tensione tanto violenta quanto insensata. Tanto più violenta, quanto più insensata. Vive ancora ferocemente una contrapposizione destra-sinistra basata non sul rinnovamento dei concetti ma sulla riproposizione trita e priva di prospettive.
Abbiamo quindi provato a cercare una spiegazione nel rapporto che c’è fra il dato naturale empatico, basato sul funzionamento dei neuroni specchio, dato che tende a vedere nell’altro un fratello, e il rapporto con un dato culturale com’è quello dell’ideologia: mentre il dato empatico ha una sua continuità oltre il variare delle situazioni, quello ideologico cambia con il variare delle stesse: nasce come superamento delle difficoltà date e si corrompe tendendo a mantenersi come paradigma culturale anche quando le condizioni di partenza sono cambiate, diventa moralismo e va contro il dato empatico. Il moralismo di un paradigma stereotipato si riconosce nella tendenza all’omologazione, in stereotipi che assumono forme tanto più violente quanto più inadeguate a rispondere alla nuova situazione.
Il lavoro degli artisti e degli intellettuali ha sempre avuto come uno dei suoi compiti principali proprio quello di smascherare e contrastare gli stereotipi e l’omologazione.
Ci siamo presi del tempo per organizzare incontri con artisti cinesi e avere il tempo di discutere e di ritagliarsi, ognuno di noi, l’elaborazione di un intervento nel corso, o in preparazione, della mostra/delle mostre che si terranno nei giorni indicati sopra alla Campolmina e a Palazzo Datini.
Giacomo Grassi
L’uomo, dice Aristotele, è animale politico. L’etologia lo definirebbe piuttosto animale gregario. Vive in gruppo. Ma ogni gruppo deve essere organizzato. Fino dalle origini, anzi già nel mondo animale, sono due le istanze che si fanno sentire in ogni gruppo: da una parte calore solidarietà sinergia, dall’altra gerarchia e predominio del più adatto, che particolarmente si esalta nel confronto coi gruppi esterni.
Un guerriero mongolo di nome Bodonchar incontra un popolo pacifico e felice che vive senza gerarchia ed esclama: “può esistere un corpo senza la testa? Una pelliccia senza collo?”
Poi li fa tutti schiavi. Il dualismo è sicuramente molto presente alle origini del nostro pensiero occidentale, in Grecia dove all’interno dello stesso movimento sofista troviamo un Protagora che sostiene che tutti gli uomini partecipano del sentimento della giustizia altrimenti le città non sarebbero mai nate, e un Trasimaco che afferna che solo gli ingenui credono nella giustizia mentre l’uomo assennato si fa guidare solo dalla forza. C’è un patto di solidarietà che unisce tutti gli uomini e persino gli animali, diceva Empedocle, ma ad Atene si ribatteva che persino fra gli dei il più forte sottomette il più debole.
In Cina, paese di cui ci stiamo particolarmente occupando, il dualismo è più o meno lo stesso. Matteo Ricci osservò che mentre in Europa la gente andava in giro per lo più armata di spada o coltello, in Cina era tutta disarmata. Segnale ambiguo, poteva indicare altrettanto bene una società molto progredita oppure una tirannia molto invasiva che riservava a sé il monopolio della forza. Persino all’interno di uno stesso libro, il famosissimo Dao De Jin troviamo scritto da una parte che occorre amare il popolo e illuminare il mondo, e dall’altra che occorre tenere il popolo nell’ ignoranza spaventando chi sa in modo che non osi parlare. Troviamo Mo Zi che afferma che si devono curare gli interessi degli altri come i propri, e Han Fei Zi che ribatte che il sovrano deve restare impassibile e misterioso come il Dao terrorizzando i suoi sottoposti.
E oggi qui da noi?
Se appena ci riflettiamo ci accorgiamo che il dualismo si presenta tale e quale. È diffusa l’idea che lo stato deve pareggiare per quanto è possibile le opportunità prendendosi cura soprattutto dei più deboli.
Ma nelle grandi democrazie è diffusa anche l’opinione contraria, che lo stato, promuovendo la ricerca della felicità e del percorso individuale, in pratica si debba prendere cura soprattutto dei più forti, e che se il divario delle risorse fra i più poveri e i più ricchi diviene grande, poi grandissimo, poi enorme e poi astronomico e incalcolabile, questo è solo un fatto naturale da accettare con la massima serenità. Insomma di questo dualismo, cui per forza di cose corrispondono anche concezioni molto diversificate della giustizia, e che ci portiamo sulle spalle fino dai primordi, non ce ne libereremo certo facilmente.
Claudio
Visto lo stato dell’arte, non si tratta di negare la dicotomia empatia/odio, né di trovare un modo per andare verso una “coesistenza pacifica”, un modo per “risolvere l’aporia”.
Si tratta invece di:
a. individuare come il rapporto di contrapposizione funziona (per esempio vedendo nella nascita dell’ideologia il tentativo di superare le cose che si sono evolute con un nuovo paradigma, per poi accorgerci che questo superamento è destinato a sua volta a diventare un freno e un contrasto nei confronti dell’empatia naturale)
b. non pensare di superare il rapporto contraddittorio, ma accettarlo andando verso un superamento dal quale nascerà una nuova contrapposizione.
In pratica si tratta di rendere il processo consapevole, continuare il movimento – che è la vita – seguendolo con la conoscenza.
Che differenza c’è fra movimento consapevole e movimento inconsapevole?
Nel passaggio ci sono i seguenti effetti (che possono essere considerati vantaggi (o anche svantaggi):
- accelerazione
- razionalizzazione (meno spreco di risorse)
- assunzione del processo vitale a livello di coscienza, non subendo la vita, ma vivendola nella conoscenza.
Per quanto riguarda il discorso che stiamo facendo fra oriente e occidente possiamo ricordare che
l’Oriente è il regno della tensione all’abolizione delle differenze,
l’Occidente il regno della tensione alla coesistenza delle differenze.
Nel momento della globalizzazione, cioè nel momento in cui Oriente e Occidente entrano in contatto, tale processo coscenziale si rende necessario.
Simona Bogani
Mi permetto di dire il mio parere attraverso gli 81 versi di Lso Tzu che non finisco mai di andare a rileggere e cercare di comprendere ogni volta in modo nuovo e più approfondito. Spesso mi viene da pensare a quanto gli individui siano disposti a donare liberamente (donazione) se riescono a percepirne l’utilità e il bene comune (oboli nelle chiese) e di quanto invece siano restii e tentati all’evasione, quando invece gli stessi denari vengono imposti con tasse e imposte. Da questa semplice constatazione si evince l’inutilità delle leggi e delle regole e della grande importanza invece, per la crescita sociale, della Conoscenza e dell’educazione all’Essere nell’Amore (esortazione da parte di ogni filosofo e religioso quale fine per la crescita individuale e sociale).
“Tenere il popolo nell’ignoranza” non credo che abbia il senso letteralmente del non educare, bensì di lasciare che ogni individuo cresca e conosca in funzione delle proprie richieste personali. (Es. nelle nostre scuole diamo a tutti la stessa educazione non tenendo conto delle unicità individuali e soffocando i “talenti naturali”).
Il senso del Tao io lo interpreto quale “libertà di crescita in funzione delle personali richieste”. Matteo Ricci riuscì, attraverso la sua conoscenza e determinazione, a visitare l’osservatorio astronomico in Cina, della cui esistenza erano in pochissimi filosofi ad averne conoscenza. Quindi non costruire, come diceva Lacan, il nostro cervello a cipolla, ma lasciare che il cervello si sviluppi seguendo il proprio Tao.
Quando parlo di ricerca della felicità intendo educare alla felicità come modo di Essere o per meglio dire “stare nell’Amore”. Le cose non vanno ricercate fuori le abbiamo già dentro di noi…noi siamo ciò che ci hanno educato a cercare dentro di noi senza insegnarci a scegliere da soli nel tutto che già abbiamo.
Giacomo Grassi
Ciao Simona! permettimi qualche puntualizzazione. Quello che scrivi è estremamente interessante, attenta però a non indulgere troppo a dei cliché un po’ idealizzanti come quello di una Cina dedita al laissez-faire, in cui la gente disprezza i soldati ed evita avvocati e tribunali. È vero che in Cina il governo era leggero e si lasciava spazio alla crescita interiore ma è anche vero che il conformismo era spesso soffocante.
Del Tao (io preferisco scrivere Dao) tu dai una bellissima interpretazione ma sei sicura di non fargli dire quello che la tua sensibilità moderna vorrebbe che dicesse? È quello il vero Dao? Sta di fatto che quei fascisti ante litteram che furono i legisti e di cui ho già citato il pensiero fanno uso del linguaggio della simbologia e dei concetti del Dao in misura maggiore delle altre scuole filosofiche. e si sentiva vicinissimo al Dao il ferocissimo primo imperatore. Hai ragione a dire che la educazione e l’amore devono prevalere sulla costrizione legale, ma attenta a non metterla troppo semplice. Sono duemila anni che il cristianesimo tenta di educare il mondo e non dico certo senza risultati, ma si è ornai chiarito che l’educazione morale da sola non basta senza l’intervento della legge. È vero ciò che dici sul fatto che la gente paga volentieri l’obolo in chiesa e non volentieri le tasse, ma come obolo si paga in media un euro ad ogni messa domenicale, mi pare che di tasse si paghi un po’ di più.
Simona Bogani:
Il discorso è infinito e purtroppo non sempre interpretato allo stesso modo. Credo che in occidente diamo un’interpretazione occidentale del tao/Dao per questo associamo certi scritti traducendoli letteralmente. Credo che non ci sia forma scritta migliore del Tao per rendere l’idea della libertà. Tutto ciò che è oppressione e regola è contrario al Tao. Già il pensiero della Via interiore quale unica strada perseguibile per ognuno di noi indica l’importanza del benessere individuale. Credo che il fascismo/nazismo fossero il risultato opposto.
Con l’omologazione e la globalizzazione ancora oggi stiamo vivendo una sorta di fascismo che vuole l’individuo al servizio del potere senza/pensiero da non paragonare al non pensiero della meditazione che si può raggiungere attraverso la Conoscenza. “La nube della non Conoscenza” libro scritto da un benedettino anonimo ne racconta il percorso. Ho fatto l’esempio dell’elemosina in Chiesa per rendere l’idea del dono, il concetto si può allargare a tutte le varie donazioni che vengono fatte anche attraverso le tv per ogni genere di cosa è bisogno.
Tutte le religioni e tutte le filosofie ci indicano l’Amore quale salvezza del genere umano ma l’uomo (maschio) che nel Tao è la guerra, il movimento, la lotta non ha saputo ascoltare spinto dagli istinti (come direbbe Freud di aggressività e sessualità). Sembra che nell’era del matriarcato la guerra non esistesse.
“Il mito della grande madre” di Neumann rende anche l’idea del conflitto amore/odio tra il maschile e femminile….ecc
Un ultimo accenno alle religioni che penso siano utili con le loro tradizioni a sorreggere i più fragili e a dare, attraverso i riti, a chi è nel desiderio di Conoscenza quell’opportunità necessaria per poter passare altrove.
Giacomo Grassi:
Attenzione comunque a non scambiare la mitologia con la realtà, che al tempo del matriarcato (ammesso che fosse diffuso come si dice) non esistesse la guerra è puro mito. In realtà la guerra accompagna l’umanità fino dai primordi . Già esisteva fra i Sapiens e i Neanderthal.
Claudio
Vorrei dire qualcosa relativamente al confronto fra le due civiltà.
Individuare somiglianze e differenze fra paesi diversi, soprattutto lontani e vicendevolmente isolati fino ad oggi come l’occidente e la Cina, rischia di rivelarsi un’impresa senza speranza.
In ogni civiltà si rischia di trovare tutto e il contrario di tutto, quindi si trovano grandi somiglianze e grandi differenze.
Questo confronto multiplo, e per ciò indecifrabile, avviene se cerchiamo nelle elaborazioni culturali che sono espressione di lavori e di esperienze individuali.
Ma non a livello collettivo che è quindi il luogo in cui si rivelano le differenze.
Porre per esempio il problema dell’educazione per introiettare la responsabilità collettiva invece di optare per un’imposizione legale rischia di essere fuorviante.
L’opzione educativa si volge all’individuo, cosa che ha comunque il suo spazio e la sua utilità, ma ciò che attiene alle leggi riguarda la politica.
Qual è il compito della politica?
Non quello di mirare alla dimensione individuale ma quello di mirare alla dimensione comunitaria. Il suo compito è quello di trovare soluzioni istituzionali alla collettività.
Ora le soluzioni istituzionali non sono opzioni individuali. Le soluzioni istituzionali sono l’interpretazione delle possibilità date e anche se hanno un certo arco di opzioni esse non possono essere arbitrarie ma devono essere percorribili. Hanno a che fare con la storia e con la geografia.
Un esempio italo-europeo: il decentramento regionale è potuto apparire un’opzione tecnica, neutra, una razionalizzazione. In Germania ha funzionato. In Italia no.
Italia e Germania hanno molte cose in comune, per esempio si sono costituite in stato unitario nello stesso periodo unificando una molteplicità di stati. Procedere a un decentramento significava ridare un certo livello di autonomia a zone dello stato precedentemente costituite come stati.
Farlo in Germania voleva dire razionalizzare, farlo in Italia voleva dire fallire. Perché?
I land tedeschi preunitari erano stati autonomi, gli stati italiano preunitari erano stati occupati dallo straniero.
I rapporti dell’amministrazione e della leadership con il popolo in uno stato unitario è un rapporto di fiducia reciproca.
Com’è il rapporto fra il popolo e l’amministrazione in uno stato occupato? Il rapporto è di sfiducia reciproca dove il popolo cerca di fregare l’amministrazione e l’amministrazione ricorre a forme vessatorie e antipopolari per mantenere la propria funzione.
Secoli di vita in questa situazione hanno formato una psicologia che è diventata consuetudine psicologica e pratica che non poteva cessare con la proclamazione dello stato unitario.
Il rapporto popolo – amministrazione è continuato e questo rapporto di sfiducia reciproca trovava – ha trovato – proprio nell’istituzione delle regioni il terreno più adatto ad essere riprodotto. L’amministrazione regionale è quella sentita come la più lontana e ha potuto esser sentita più vicina solo in quelle regioni che si sono poste come secessionistiche. La Lega non sarebbe mai nata senza l’istituzione regionale, per esempio.
La Cina è un grande paese dove i contatti fra gli uomini sono possibili ovunque senza ostacoli, le unità umane possono quindi costituirsi solo mantenendo una forte omologazione.
L’Europa è un paese pieno di ostacoli naturali e di diversità interne dove le popolazioni creano piccoli gruppi autonomi e dove queste autonomie diventano elementi irriducibili ad una omologazione totale: qui l’unificazione può venire solo mantenendo le libertà fra diversi. Penso che sia questa la differenza più forte caratterizzante il confronto fra Occidente e Cina (preferisco dire Cina invece che Oriente).
Penso anche che questa non sia una libera opzione: chi pensasse di creare in Europa una omologazione simile a quella perseguita in Cina sarebbe destinato a fallire. E viceversa naturalmente.
Claudio
Carissimi, in seguito alla riunione tenuta ieri, mercoledì 14 al circolo Zanobetti, propongo una breve riflessione generale, seguita dal tentativo della precisazione dell’obiettivo della nostra iniziativa e da alcune informazioni e indicazioni pratiche.
BREVE RIFLESSIONE
Le caratteristiche specifiche di Occidente e Oriente ha delle ragioni geo-storiche. La geo-storia crea le differenze. Sotto tali differenze una comune fratellanza umana sussiste ad ogni cambiamento. Ma la naturale umanità individuale deve sempre rapportarsi alle necessità collettive imposte dalla geografia e dalla storia. La dicotomia democrazia/dittatura non appartiene alle scelte di un popolo ma a ciò che è a tale popolo possibile.
In tutte le realtà si danno tutte le possibilità che nascono dallo sforzo di far fronte al futuro come insieme collettivo, ma soltanto una delle possibilità si dimostra possibile e si avvera.
Tentativi di tirannide sono stati tentati anche in occidente ma hanno sempre causato disastri e sono sempre falliti.
Viceversa, tentativi di democrazia sono stati tentati anche in oriente, ma sono falliti.
I due modelli hanno pregi e difetti complementari. Per esempio:
i pregi della democrazia (libertà individuale) si scontrano contro i mali sociali (droga, incertezza, delinquenza)
i pregi della tirannide (società più sana e ordinata) si scontrano contro le repressioni vissute a livello individuale).
Il rapporto interattivo a livello creativo tra i due estremi mira a palesare i diversi vissuti e i diversi motivi di orgoglio di entrambe, in ultima analisi fa emergere la comune umanità delle due realtà e quindi smussa le incomprensioni reciproche che derivano dalla fallace credenza che le differenze appartengano alle opzioni politiche invece che alle incontrovertibilità geo-storiche. In qualche modo potrebbero anche attenuare i difetti di ciascun estremo complementare.
OBIETTIVO
Lo scopo del progetto è quello di iniziare un processo di interazione Italia-Cina intese come cuore delle dinamiche est-ovest che oggi sono entrate in contatto funzionale e che quindi devono essere comprese ed esplicitate in modo da regolare ed evitare lo sbando del processo storico.
INFORMAZIONI
Copresenza di opere di autori cinesi e italiani da accoppiare idealmente con momenti di presentazione e di performance (o dibattiti) che cadenzeranno il tempo dell’evento..
STRUMENTI
Catalogo, breve dépliant-guida alla mostra e agli eventi, numero di skeda e successivi numeri di accompagnamento che raccolgano il resoconto sugli eventi e sugli interventi di intrattenitori e pubblico.
Dato il particolare periodo che potrebbe protrarsi anche al momento dell’evento (17 marzo – 5 aprile 2021), riprese filmate e collegamenti online (zoom), anche a livello internazionale visto che almeno due artisti cinesi presenti nella mostra vivono all’estero: Gao Yang, a New York e Sun Liangang a Pechino.
Altre cose che possiamo pensare e che possono derivare dallo sviluppo delle cose.
Urgentemente, ma non prima di aver definito gli artisti e le opere, redigere un progetto di bilancio dei costi e procedere a fare varie istanze di sponsorizzazione e di finanziamento.
Giacomo Grassi
Alcune riflessioni sulla democrazia in occidente e in oriente.
In occidente la democrazia è la figlia maggiore dell’individualismo greco. Già vi si accenna nell’iliade dove la dialettica è tutta fra i grandi ma già un popolano di nome Tersite vuole dire la sua.
Nella democrazia greca matura poi proprio la libertà individuale è la base di tutto. Nessuno, dice Pericle, ha il diritto di scandalizzarsi se qualcuno adotta comportamenti anticonformisti.
Una forma a mio parere già inferiore di democrazia occidentale è quella dei puritani in cui ciascuno può dire la sua ma solo entro l’ambito di rigidi parametri morali e se ne esce sarà espulso o addirittura ucciso.
Infine a un grado più primitivo abbiamo la democrazia che potrei definire mormorante tipica degli antichi germani o anche degli spartani. in cui se le decisioni dei capi non piacciono nessuno osa contestarle apertamente ma l’assemblea risponde con un fremitus, cioè un sordo mormorio.
In oriente non è mai esistito un individualismo paragonabile a quello greco e ciò marca tutte le differenze. Certo esisteva l’anticonformismo, per esempio dei saggi Zen, ma si faceva valere sul piano filosofico e personale e non su quello politico.
In generale si può dire che in Cina si era rimasti alla democrazia mormorante. Se il governo non piaceva nessuno lo contestava apertamente ma il popolo cominciava a mormorare e se il mormorio del popolo era abbastanza intenso lo raccoglievano i sapienti confuciani che, di solito senza osare neppure essi contestare apertamente il governo per non rimetterci la testa, si mettevano a mormorare anche loro, cioè a criticare il governo con filiale e reverente insistenza. A quel punto al sovrano conveniva veramente tenere conto del mormorio per non rischiare di essere rovesciato da una rivolta.
Questo nella storia, e oggi? Mi pare che oggi si continui sul vecchio solco. In occidente si rischia ciò che già accadde in Grecia, cioè che un individualismo senza limiti nato dalla rottura della fiducia del popolo nelle élite, che autorizza le sparate dei più rozzi e ignoranti cialtroni, favorisca una brutta demagogia. Mente in Cina abbiamo una dittatura che liquida chi si oppone apertamente ma ha molta paura del mormorio del popolo, che per ora si mantiene contenuto a causa del persistente sviluppo economico ma potrebbe divenire molto pericoloso alla prima crisi economica. per questo le autorità cinesi dedicano all’economia una cura tutta speciale…
Claudio:
È un’ottima descrizione delle differenze fra oriente e occidente, quella di Giacomo.
Avverto tuttavia un sottofondo morale che giudica la democrazia occidentale migliore dell’impianto orientale. Come occidentale mi ritrovo in questo sentire, ma non posso evitare di chiedermi perché lo sviluppo occidentale nei secoli abbia percorso una linea coerente verso la democrazia e ad oriente ne abbia percorsa un’altra verso la dittatura.
Faccio fatica a risalire a ragioni biologiche e mi sembra più esplicativo ricorrere a ragioni storico-geografiche: la vastità ininterrotta tendente ad omogeneizzare (diversità contigue possono solo sfinirsi nella guerra perpetua se non si omogeneizzano), ad occidente invece troviamo nicchie delimitate che possono a lungo coesistere vicine tollerandosi e essere unite solo mantenendosi diverse. Questa unione delle diversità è la base della democrazia.
Su questa base dico che non esiste un’opzione, come fondamentalmente non esiste neanche un preferenza. L’oggettività crea una diversa soggettività umana la quale rifugge da ogni investimento moraleggiante.
Giacomo Grassi:
Francamente non mi sembrava di avere usato delle categorie morali. Ribadisco che la democrazia occidentale è la più avanzata, non in termini morali ma per inventività, creatività, liberazione di energie culturali , così come la civiltà greca è stata la più avanzata con questi medesimi parametri. Questo è un punto su cui accetto volentieri un dibattito. Detto questo però attenzione a non pensare che il momento attuale rappresenti il punto di arrivo. Potrebbe essere una fase transeunte e io credo che la democrazia che ho definito mormorante abbia ottime potenzialità di rinnovamento politico. La attuale dittatura cinese potrebbe benissimo avere i giorni contati e aggiungo che la democrazia mormorante in quanto obbliga la voce popolare a incanalarsi su un organico binario morale potrebbe godere di qualche vantaggio sull’individualismo parossistico, sgangherato e divisivo che spesso vediamo qui in occidente.
Giacomo Grassi
Vorrei parlare ancora della Cina e questa volta sul piano geopolitico ovvero geografico.
La Cina è nata probabilmente come dispotismo idraulico per dirla con Wittfogel, come l Egitto ma con la differenza che l’Egitto dovette subito confrontarsi con altre civiltà e la Cina no. La Cina era isolata e si è sempre specchiata in se stessa senza alternative, il che spiega la sua tendenza alla ripetizione e alla conservazione.
I greci classici della Cina non sapevano niente. I romani la conoscevano ma solo fino al bordo occidentale dove ponevano Sera la città della seta. Andare in Cina è sempre stato molto complicato. Se andavi per terra dovevi varcare gli Infiniti deserti dell”Asia centrale. Se andavi per mare dovevi compiere il tortuoso periplo della penisola indocinese.
La Cina a nord non aveva che solitudini abitate da barbari. A ovest l’Oceano in cui fiorivano solo civiltà sue tributarie (Corea e Giappone). A ovest deserti e a sud la penisola indocinese frammentata e poco significativa sul piano culturale. Restava solo il sud-ovest e li c’era in effetti una grande civiltà, l’India, ma per arrivare in India dovevi o attraversare le impervie desolazioni di Tibet e Himalaya oppure seguire la via tortuosa e insicura attraverso il selvaggio acrocoro birmano. La Cina insomma, a parte l’arrivo del buddismo, dialogava realmente solo con se stessa. Dice Pirenne che l’impero romano entrò in crisi davvero solo quando intervenne la grandiosa alternativa islamica. In Cina non si presentò mai una alternativa del genere fino all’arrivo degli inglesi nel 1840. E con questo si può spiegare moltissimo.
Claudio:
L’intervento di Giacomo mi sembra molto chiaro e illuminante.
Vorrei tentare un paragone europeo parziale ma forse in grado di rafforzare l’ipotesi che stiamo tentando su base geopolitica.
In Europa c’è una vasta area nord-orientale priva di forti confini geografici, la Germania, delimitata a est non da barriere terrestri ma da barriere antropiche, gli slavi.
La grande pianura germanica ha queste due delimitazioni antropiche: slavi a est, latino-celti a ovest. Al suo interno però vive la condizione di non-confini interni con la necessità, simile a quella cinese, di stringersi nel proprio isolamento, sviluppando forti legami interni di lealtà e di omologazione. Proprio queste caratteristiche fanno del popolo tedesco un popolo forte, unitario e organizzato che lo ha spinto ripetutamente a cercare l’egemonia all’interno del continente europeo nel quale era rinchiuso (a differenza della Cina).
Tutti i tentativi egemonici tedeschi hanno rappresentato un turbamento dell’unità nella diversità del restante territorio europeo con il succedersi di ripetute vittorie tattiche germaniche seguite sempre da una sconfitta finale proprio perché la caratteristica europea dominante geo-politica è proprio quella dell’unità nella diversità.
Questo contrasto è evidente tutt’oggi nell’Unione Europea da quando il gigante economico tedesco da nano politico è diventato anche gigante politico.
Giacomo Grassi:
Sono d’accordo con Claudio. Vorrei però aggiungere qualcosa sulla Germania.
La Germania, diceva Mittner, ha il suo simbolo nell’eroe Sigfrido che è invincibile ma non sa come usare le sue forze e le spreca. La Germania ha sempre sofferto di esuberanza di energie e le ha logorate nel medioevo nel tentativo immane e illusorio di tenersi agganciati altri popoli, l’Italia ma anche la Lotaringia ecc. E nell’età moderna in una continua guerra civile – perché da un punto di vista germanico è stata una guerra civile, non solo la guerra dei trenta anni ma anche il continuo conflitto fra Prussia e Austria nel secolo XVIII. Più tardi nelle guerre mondiali la Germania ha fatto di ancora peggio: ha buttato le sue forze nel tentativo immane, insano, megalomane e onirico di sfidare tutto il mondo.
Alla base di tutto questo però sta una grande vitalità unita a una notevole insicurezza culturale. i tedeschi sono sempre stati prontissimi a ricevere contributi culturali da altri popoli, il barocco dell’Italia come il neoclassico dalla Francia. E al tempo di Napoleone furono prontissimi a farsi riforgiare dai francesi. Sebbene possa suonare strano sono il popolo più nazionalista e insieme il più esterofilo. Questo vero enigma antropologico pare oggi avere trovato un ibi consistsm nella stretta sinergia con gli altri popoli europei che finalmente le potrebbe consentire un uso razionale della propria potenza.
Claudio
Gli uomini sono destinati ad esser giudicati, soprattutto quelli che hanno un ruolo ed è anche difficile resistere alla considerazione di concludere che nessuno è all’altezza del proprio ruolo.
In qualche modo la tentazione di giudicare gli individui, senza volerla abolire, può essere attenuata se si pensa alle forze che sono nelle cose, per esempio, di nuovo, nella geopolitica.
Se si dice che la Germania ha ripetuto lo stesso cliché di risorgere potente ma di fallire nell’intento di imporsi in un’Europa delle differenze, possiamo inserire in questo cliché il giudizio sugli uomini che ne risulta non abolito ma ridimensionato. Si impongono quegli uomini che al momento giusto propugnano l’idea che è nelle cose.
Nello specifico del Regno Unito – ma vorrei chiamarlo Inghilterra così come la chiamiamo noi al posto di Gran Bretagna – mi ha sempre colpito l’estremo parallelismo geografico-rovesciato con l’Italia: Appennini e monti al nord, ampiezza alle estremità prossime alla massa continentale e assottigliamento alla periferia. Stessa superficie, stesso numero di abitanti. Forte divisione dal continente per le Alpi nel caso dell’Italia, per il mare nel caso dell’Inghilterra.
Frastagliamento interno in entrambi i casi che favorisce le diversità e che impone un unione accettandole.
Entrambe hanno un legame con il resto dell’Europa, l’Italia per diffondere l’unione delle differenze al continente, l’Inghilterra per esportarlo.
In questo contesto la Germania gioca un ruolo di contrasto: assoggettare tutto ciò che gli sta intorno per proteggere la sua centralità omologante.
In questo gioco ogni oscillazione individuale finisce sempre per imporre la sconfitta della Germania a vantaggio dell’unione delle diversità europee.
L’Italia è un caso a parte.
Giacomo Grassi:
Bello il discorso di Claudio. Attenzione però che la realtà è spesso molto complessa. Da Barbarossa a Bismarck passano 700 anni durante i quali la Germania non è uno stato, combatte le guerre degli altri e non ha nessuna pretesa egemonica. In tutto questo periodo il paese più forte sul piano politico e militare è la Francia. La Francia dal re Sole a Napoleone presenta le maggiori pretese egemoniche e ha il maggiore potere omologante tanto che sul piano culturale fancesizza tutta l’Europa. Con Bismarck la Germania prende coscienza della sua forza e comincia a delirare. Questo delirio teutonico però si esaurisce tutto in circa 70 anni.
Claudio:
Chiaro, ogni tanto si fanno dei voli d’uccello che dovrebbero rappresentare soltanto un quadro approssimativo, non dimentichiamo però che la Francia prima della rivoluzione francese aveva come classe dirigente la discendenza dei franchi, era quindi in qualche modo anch’essa Germania. La rivoluzione ha rimesso al potere l’elemento celto-latino (molto approssimativamente parlando ovviamente).
Federico Lucarini:
Il tempo porta sempre la verità. Peccato che non la porti sempre in tempo
Claudio:
Parlando d’arte, l’incontro dell’arte orientale con l’occidente ha avuto una forte influenza, sembra che l’oriente si stia uniformando all’occidente nelle forme. Penso che il vissuto sottostante sia comunque diverso e che rappresenti qualcosa da scoprire.
Però c’è da notare che l’influenza dell’occidente sull’oriente è stata facilitata perché preceduta dal movimento inverso, dall’influenza dell’oriente sull’occidente: per esempio Gauguin, Pollock, il gesto nell’arte, il monocromatismo – tutte influenze orientali.
E anche qui potremmo chiederci, vissute in modo diverso?
Penso di sì.
Potremmo provare a pensare che la gestualità dell’orientale nella pennellata rappresenti qualcosa di diverso che nell’orientale.
L’artista cinese si pone in contemplazione di fronte a un albero, cerca di entrare in sintonia, di coglierne l’essenza e soltanto allora, in quel momento, il gesto veloce riesce a rappresentare l’unità raggiunta dell’artista con l’oggetto rappresentato e colto nella sua essenza.
Pollock ë stato influenzato dalla gestualità orientale ma non si è mai posto in contemplazione con qualcosa, ciò che voleva esprimere e che esprimeva era l’espressione di sé, il suo movimento interiore, una sorta di calligrafismo artistico.
Occidente e oriente si uniscono nel gesto ma con atteggiamenti diversi.
Giacomo Grassi:
Difficile paragonare l’arte occidentale a quella orientale perché l’occidente ha funto da civiltà universale mettendo a contatto tutte le altre civiltà di cui alcune ignoravano persino l’esistenza di altre. Naturale quindi che abbia subito gli influssi di tutte le altre civiltà e questo in tutti i campi ,da quello filosofico (Schelling per es riconosceva il suo debito con la cultura indiana) a quello artistico in cui come è noto Picasso si ispirò all’arte tribale africana, inoltre a partire almeno dal secolo XIX l’Europa ha vissuto una vera esplosione di stili artistici nelle più varie direzioni e con ogni possibile soluzione e quindi somiglianza. Io per esempio ravviso una somiglianza fra Toulouse-Lautrec e certe stampe giapponesi. Volendo quindi oggi individuare la differenza artistica fra oriente e occidente il discorso si fa molto sottile. Si potrebbe naturalmente cercare di cogliere il sostrato culturale ed emozionale atavico da cui sorge e di cui si nutre ogni civiltà. Per esempio la Cina che col taoismo ha preso l’acqua per modello è presumibile abbia sviluppato un’arte più fluida di quella occidentale più drammatica perché organizzatasi intorno alla tragedia della croce. Qui però è molto presente il rischio di cadere in dei semplici cliché. Insomma cari amici attenzione. il compito che vi siete assunti non è per niente semplice.
Claudio:
Penso che lo sforzo vada fatto senza negarne la possibilità anche se possiamo accettare un avvicinamento alla comprensione per approssimazioni.
Un modo per avvicinarci potrebbe essere quello di non fossilizzarsi sulla somiglianza delle forme: anche il modo in cui un’opera è fatta può rivelare meglio il significato di ciò che ci sta sotto.
Se un cinese sta ore e ore immobile a contemplare un paesaggio per poi fermarlo sulla carta in brevi e veloci pennellate sintetiche dopo averlo interiorizzato mi dice qualcosa di diverso rispetto a un artista occidentale che non si pone in contemplazione dell’esterno ma si abbandona al proprio automatismo interiore.
Per quanto riguarda l’universalismo occidentale vorrei notare prima di tutto che ogni arte è per sua natura universale a prescindere dalle tecniche, perché affonda nella sensibilità profonda dell’uomo, ed è per questo universale.
L’unificazione delle forme è solo un passo unificante, un’accettazione del diverso facile da acquisire ma che aspetta ancora di arrivare all’anima profonda, essa sì ancor più universale ma che richiede un approfondimento ben più arduo da cogliere ma che proprio per questo va perseguito senza cedere al pensiero che non si può arrivare.
Giacomo Grassi:
Allora volendo fare questo sforzo di individuazione delle differenze fra oriente e occidente in arte io tornerei alla ipotesi che ho già formulato. Trovo l’arte orientale più fluida, leggera e non di rado evasiva. Nell’arre occidentale storicamente c’è un che di drammatico e di tragico, un desiderio di snidare gli aspetti più oscuri della psiche umana, che non trovo nell’arte orientale. Mi sorge il sospetto che ciò sia da ricondurre alla differente emozione esistenziale del taoismo e del cristianesimo.
Claudio
io pecco sicuramente di materialismo, malgrado la mia conversione: cerco le differenze nelle cose e se è vero che il taoismo e il cristianesimo sono diversi e influiscono in modo diverso è anche vero che il taoismo è nato in Cina e il cristianesimo è nato da noi, quindi sono spinto a cercare non direttamente l’influsso delle due differenze, ma il perché delle due differenze.
Claudio:
Ho fatto un riassunto di Riccardo, ho paura che non lo abbiate scaricato. Se lo fate ci trovate anche delle immagini esplicative e dei rimandi a poesie che io non ho messo:
Claudio:
Riccardo pone la COMUNICAZIONE come bisogno insopprimibile e il LINGUAGGIO come strumento per soddisfarlo.
Nella comunicazione c’è un cosa e un come e la comunicazione può esser svolta a vari livelli: il livello semplice che rimane alla superficie e resta insoddisfacente e la comunicazione complessa che può raggiungere livelli artistici.
Individua tre tipi di linguaggio: la parola, la musica e l’immagine. Nel confronto fra parola immagine si può dire che l’immagine offre una comprensione innata (se c’è la disponibilità a comprendere in tutte le sue implicazioni), mentre la parola deve essere appresa.
Se il linguaggio della comunicazione è l’immagine Riccardo dice che le strutture che la governano sono le stesse per tutte le culture ma i modi espressivi sono diversi.
Confrontiamo, in un ritratto, due modalità diverse per esempio nell’opera “il poeta Li Bai” di LIANG KAI (1140.1210) e nel “ritratto del vescovo de’ Rossi” di DOSSO DOSSI (1474 – 1542).
Il ritratto cinese è fatto di pochi gesti, quello italiano da molti di più.
In ogni caso l’immediata comprensibilità di un’immagine a volte fa trovare di fronte alla difficoltà di comprenderla a fondo sia perché si guarda solo al lato estetico (dimenticando che l’artista vuole comunicare qualcosa) sia perché non abbiamo voglia di studiare l’immagine dimenticando di essere soggetti attivi.
Ancora sul ritratto: l’artista cinese è dotato di grande sintesi che concentra in pochi gesti che sono immediatamente visibili. L’artista italiano è analitico e dettagliato, moltiplica i gesti e questi finiscono per diventare invisibili.
Questa analitici però si riduce, anche nell’artista italiano, nel disegno che resta più sintetico.
La differenza fra i due approcci è dovuta in gran parte al diverso strumento usato: il cinese usa il pennello, italiano la penna: questa diversità porta differenze anche nel disegno: WANG WEI (699-759) fa grandi masse chiaro-scure), Leonardo diversifica l’immagine con segni fitti e diversificati.
La differenza maggiore comunque, anche nel disegno che in quanto a sinteticità avvicina i due tipi di artisti, resta nell’atteggiamento mentale: il cinese si immedesima completamente in ciò che vede; l’italiano cerca di catturare anche i nessi con l’esistenza rappresentando i piani più lontani.
Vediamo il paesaggio, più comune per i cinesi che non il ritratto.
Per esempio WANG MIAN (1287 – 1359), disegna un prugno e questo appare isolato dal resto, l’artista è concentrato sul soggetto esprimendo il suo senso di meraviglia.
Canaletto in “veduta di Venezia” trattiene la meraviglia per osservare attentamente tutti i particolari della veduta.
L’opera d’arte sempre un atto poetico teso a rendere la complessità di quanto colpisce l’immaginazione e l’intelligenza dell’artista.
In Cina la natura è rappresentata in se stessa secondo quanto registrano i sensi. In occidente c’è sempre una presenza, effettiva o sottintesa dell’elemento umano.
WANG WEI dipinge “montagne” e Friedrich Caspar “dirupo roccioso dell’Elba”. In entrambi i casi gruppi di montane vengono isolati, ma Wang Wei rappresenta la natura nella sua grandiosità che gode pienamente; Friedrich carica la natura di fronti contrasti che alludono a moti sentimentali umani, riponendo l’uomo come soggetto anche se sottinteso.
LA CONTEMPORANEITA’
l’arte contemporanea accomuna i due tipi di artisti nel fatto che entrambi guardano alla storia non come sequenza di fatti ma in modo problematico e interrogativo.
Inoltre in entrambi i casi viene messo in discussione il mestiere tradizionale dell’artista, la sua sapienza tecnica. Ciò mete in primo piano l’oggetto reale già esistente e una attitudine sperimentale.
La natura viene vista nella sua capacità di aggregare forme semplici credo organismi complessi piuttosto che rappresentare ciò che colpisce l’occhio.
Da ribadire che l’atto creativo artistico ha lo stesso valore di quello poetico e le due atti spesso si influenzano.
Nei due paesaggi, uno di WANG WEI “Wang Wei guarda il paesaggio” e l’altro di GIORGINE “La tempesta”, si riscontrano in entrambi paesaggio e figure umane, ma nel primo non c’è l’orizzonte e tutto è disposto sulla fisicità dello spazio del supporto, nella tempesta l’italiano non può rinunciare all’orizzonte e il quadro diventa corale, mentre in Wang Wei il significato esistenziale viene caricato sul soggetto vegetale.
Giacomo Grassi
Eccomi qua, allora parliamo di arte orientale e occidentale, soffermandoci sul tema del ritratto. Riccardo fa osservare che il ritrattista occidentale è analitico, usa molti gesti e cura molto i dettagli mentre l’orientale è sintetico, usa pochi gesti e cura poco i dettagli. Ciò è indubbiamente vero ma secondo me il discorso deve essere integrato da altre considerazioni.
Per spiegare ciò che intendo parto da un aneddoto. Matteo Ricci regalò all’imperatore Wanli alcuni ritratti occidentali. Wanli li ammiro’ molto ma non volle tenerli, lo inquietavano, lo mettevano a disagio, gli parevano uomini vivi. allora li inviò all’imperatrice madre ma anche lei non riuscì a sopportarli, la frugavano dentro, la guardavano con insostenibili espressioni severe. Ed è qui che secondo me si viene al punto.
La differenza volendo usare una sola parola sta nel fatto che il ritratto occidentale ha molta più intensità di quello orientale. Il ritratto occidentale vuole sniidare il mistero dell’animo umano, quello orientale registra un colpo d’occhio, un momento della natura, una fugace emozione.
Il pittore orientale medita a lungo prima di sferrare il colpo di pennello, e quando lo sferra sa essere estremamente espressivo, e rappresenta un volto umano oppure un giunco un pesce un uccello. E forse il giunco è più interessante del volto. In occidente quando mai un giunco o un pesce ha suscitato più interesse di un volto umano? Guardiamo un ritratto occidentale, per esempio un Rembrandt, e ci chiediamo chi era veramente costui nel suo profondo. Oppure un Tiziano, per esempio il Filippo II, e ci pare di cogliere già il destino di questo inquieto .monarca.
Guardiamo invece un ritratto orientale sia pure di altissimo livello, per esempio il Li Bai di Liang Kai proposto da Riccardo… e ci chiediamo che cosa sta facendo o guardando, in quale attimo fuggente un uomo è stato colto.
Il ritratto occidentale è un pozzo dell’anima. Non a caso ha anche ispirato la letteratura horror dallo Oval portrait al ritratto di Dorian Gray. Sono secoli che scrutiamo la Monna Lisa cercando di decrittare il mistero di quella psiche. Dubito che ciò sia avvenuto davanti a un ritratto cinese.
Tutto questo perché? Per conto mio ho già altre volte accennato una risposta. L’arte occidentale è molto più drammatica perché si è coagulata prima intorno al tragico individualismo greco, poi al mistero della croce… La pittura cinese è più fluida leggera serena, fondata su emozioni o impressioni di passaggio, perché parte da una filosofia che pone al suo centro non l’uomo ma la natura, una natura che deve essere più secondata che capita.
Riccardo Farinelli
Si, è proprio l’atteggiamento di fondo che è diverso e che fa così interessante il confronto. Nel tentativo di capire, mi sono limitato, da artista, a schematizzare alcuni elementi del linguaggio visivo.
Claudio:
Mi era venuta un’associazione. Non credo sia nuova e forse l’ho letta da qualche parte. Comunque l’associazione riguarda l’arte cinese tradizionale, la centralità del gesto e la sua essenzialità.
I gesti cinesi nell’arte non sono soltanto meno rispetto a quelli occidentali: quelli occidentali non mirano ad essere calligrafici, cioè espressivi del sé e del risultato della propria contemplazione: essi mirano all’oggetto, quelli cinesi sono consapevolmente l’espressione dell’oggetto interiorizzato dal soggetto.
L’arte cinese, mediata da quella giapponese, arriverà a influenzare l’occidente in età moderno-contemporanea.
C’è però un’altra cosa che mi sembra importante: il gesto cinese nell’arte fa tutt’uno con il gesto calligrafico: arte e calligrafia si fondono nell’opera cinese e provengono dalla stessa ispirazione e dalla stessa gestualità.
Nella fusione, inoltre la parte calligrafica porta nell’opera la parola e questa non è solo un orpello decorativo ma un arricchimento di spessore, una fusione di significato complesso.
Nell’arte cinese il gesto accomuna immagine e parola, le integra.
Anche nell’arte occidentale abbiamo qualcosa di simile talvolta dove la parola si presenta come didascalia, anche qui in sintonia con l’arte occidentale: pittura e parole in questi pochi casi servono a precisare l’oggettività che si vuol rappresentare.
Nell’arte cinese si integrano per esprimere la complessità soggettiva.
Riccardo Farinelli:
Si certo, se i gesti sono in numero minore è proprio perché non vi è analisi oggettiva e si ricerca continuamente un insieme armonico.
Claudio:
Il nostro progetto: alcuni brevi punti sulla situazione
Il momento non va migliorando, anche se possiamo sperare in un miglioramento da qui a marzo.
In ogni caso la preparazione di un evento complesso come quello sul quale stiamo stiamo lavorando non è certo facilitata, anche sul piano motivazionale, dalla situazione.
Un’impostazione possibile mi sembra quella di concepirla a fasi, delle quali questa nostra pasquale, sarebbe solo la prima.
Per affrontare questa prima, dovremo esser pronti all’eventualità di aspettarci poca presenza di pubblico. Direttamente e fisicamente presente. Che dovrà comunque essere accolto con tutte le accortezze del caso: mascherine, distanziamento, igenizzazione. Ma, per esempio, potremmo anche alleggerire e sdrammatizzare la cosa con ironia, preparando delle mascherine artistiche per gli artisti e il pubblico tipo ballo mascherato, o qualcosa del genere.
Comunque contemporaneamente, dovremo saper organizzare gli eventi coinvolgendo pubblico (non solo a Prato) ma in rete, ad ampio raggio, con zoom per esempio. E qui penso che Marco Wong possa esserci d’aiuto ma dovrà essere affiancato da qualche altro operatore.
Dovremo preparare materiale cartaceo da distribuire direttamente, ma anche virtualmente (e-book, video …). I collegamenti potrebbero allargarsi fino a Pechino e a New York dove due artisti cinesi vivono attualmente ma dei quali potremmo esporre alcune opere.
Abbiamo fatto un giro di varie situazioni con Rosanna Ossola, a Prato (Palazzo Satini, Castello dell’imperatore, Cassero, campolmina e complesso lazzeriniano, soprattutto il piazzale esterno: Rosanna ha delle idee in proposito).
Dovremmo anche predisporre un piano per raccogliere qualche sponsorizzazione, anche dallo stesso comune, ma non solo. Ne avremo bisogno anche per il momento che stiamo vivendo. Per esempio, alcuni artisti cinesi potrebbero essere coinvolti, ma stanno in Cina e l’invio di loro opere per partecipare alla nostra mostra comportano ovviamente un costo.
Infine, per terminare, questa bozza di brevi note, avendo visitato al cassero la mostra sulla sostenibilità allestita da un gruppo molto motivato e fantasioso di giovani costituitosi sulla scia di Greta, abbiamo pensato di chiedere una ibridazione con una qualche loro presenza per avere un coinvolgimento giovanile.
Ogni vostro commento critico e propositivo è atteso.
Marco Wong:
Io, e la mia licenza Zoom, siamo a disposizione. Se date una occhiata alla mia pagina Facebook, da quando è cominciato il primo lockdown ho fatto diversi incontri su Zoom, quello più visto ha fatto quasi tremila visualizzazioni, ritengo quindi che, con tutte le limitazioni del caso, sia comunque un mezzo potente. Tra i prossimi eventi ho pianificato un commento alle elezioni USA, insieme a un italiano residente in California che sta facendo attivismo nel comitato Biden. Ho poi in programma con un circolo PD delle lezioni sulla immigrazione in Italia. Inoltre sto preparando un webinar su Alan Turing. Io suggerirei di fare un evento di prova in tale modalità, in modo da capire se risulta nelle vostre corde.