
piccoli musei: IL MUSEO REMIERO
di Limite dell’Arno

L’intervista si svolge nella sede del Museo Remiero di Limite sull’Arno. I partecipanti sono Claudio Balducci, Mario Bettocchi e Maria Alberta del Grosso per la rivista Scheda, e Marzio Cresci*, vice presidente del Museo Remiero e coordinatore nazionale Piccoli Musei, Tito Paroli esperto di carpenteria navale, Francesco Toscani ex campione di canottaggio e membro attivo della Società canottieri Limite.

* Marzio Cresci: laureato in archeologia, svolge attività professionali e di ricerca in tali campi; è coordinatore del Parco Archeologico di Poggio La Croce (Si), coltiva la prospettica ecomuseale, ha co-progettato l’itinerario nel paesaggio “La via di Castiglioni” di Montespertoli e ha fondato e dirige il Museo diffuso del Chianti.
INTERVISTA:
Claudio: Iniziamo questa intervista cercando di capire la realtà dei Piccoli Musei: da ciò che ho avuto modo di leggere, sembra che in Italia i piccoli musei rappresentino il 95 per cento del totale.

Marzio: In realtà questa è la nostra percezione: in effetti i piccoli musei sfuggono completamente ai censimenti ufficiali. Per questo quando l’istat ci dice che sono 5000 noi siamo convinti che in realtà siano più di 10.000. Anche quando facciamo una ricerca di tipo estemporaneo scopriamo che questa voglia di conservare la propria storia è estremamente diffusa.
C’è stato un periodo in cui il museo veniva inteso essenzialmente come conservazione e scopriamo che i piccoli musei sono davvero una realtà importante a livello nazionale perché sono dei veri presidi della cultura diffusa. Noi da tempo cerchiamo di valorizzarli e di dare loro la visibilità che meritano.
Claudio: dicci qualcosa sulla vostra associazione
Marzio: Siamo circa 400 soci. L’associazione a livello nazionale ha la sigla APM (associazione Piccoli Musei). Una cosa su cui credo sia importante riflettere è il tipo di approccio, diverso da quello dei Grandi Musei. Qual è la nostra classificazione tipologica? In realtà ogni classificazione tipologica sta stretta ai Piccoli Musei. Per esempio, noi siamo un museo del lavoro, o anche un museo dello sport. Potremmo anche definirci un museo antropologico, però ci interessiamo anche di storia moderna, contemporanea e ci interessiamo anche di ambiente, per esempio dell’Arno: ci occupiamo del fiume e della sua storia. Un piccolo esempio è dato dal fatto che abbiamo un archivio che continuiamo a ingrandire. Ci interessiamo del lavoro e delle imprese del lavoro, ma abbiamo censito anche 800 operai circa dal 1846 al 1946. Ci fermiamo al 46, ma poi ci sono ancora operai come il qui presente Tito che hanno continuato il loro lavoro di maestro d’ascia, andando in pensione nel 2000. Ci siamo fermati al 1946 per darci un limite.

Mario: secondo me dovreste trovare un termine nuovo: io sono innamorato della visione olistica per la quale le invenzioni, le idee nuove eccetera sono un mix di culture, c’è matematica, letteratura, storia.
Questo è un museo che ha più punti di vista e ha ragione a rifiutare di essere tipizzato: questo è un luogo dove c’era tanta gente che lavorava insieme e questa varietà deve essere rappresentata, con una cultura che si distingue, ma si tratta appunto di una cultura, non di un lavoro soltanto.
Marzio: perfettamente d’accordo.
Claudio: facci qualche esempio di piccoli musei
Marzio: Un esempio che rappresenta anche un’idea particolare di Museo, è quello del Museo del Vento, cioè il Museo della Bora a Trieste. Questo museo parla d’ambiente, di clima, di vento e del rapporto che l’uomo ha con questo fenomeno naturale sia a Trieste che in tutto il resto del mondo. C’è quindi un approccio che è vario, per esempio la collezione è una documentazione di storie, e però si sono inventati anche il vento in barattolo, ora faranno anche il guardiano della Bora, ma soprattutto hanno inventato questa figura dell’ambasciatore eolico per cui da tutto il mondo gli arrivano venti imbottigliati.
Pensiamo a Ulisse che raggiunse l’isola di Eolo dal quale fu ospitato per un mese intero e alla fine gli offrì un otre pieno di venti: “fino a che la bocca di quest’otre resterà chiusa da un filo d’argento, tutto andrà bene.”
Un altro esempio di Piccolo Museo lo troviamo in un luogo famosissimo, la Pelosa, in Sardegna. La cosa nasce dall’intero trasferimento della comunità dell’Asinara per creare il carcere, ma una parte di questa comunità decide di non andarsene e fonda un altro paese vicino, Stintino, per riprendere l’attività dei tonnari. E questo è un altro museo.
Ora questi di cui ho accennato sono tutti musei messi meglio di noi, quest’ultimo per esempio ha trovato un architetto che ha fatto un progetto ad hoc, ma anche altri piccoli musei hanno spesso trovato dei finanziatori, noi andiamo avanti in modo progressivo. C’è comunque da dire che a noi il nostro museo piace, è caratteristico dei piccoli musei il fatto che dentro ci lavorino gli artigiani, mentre nei grandi musei – il museo egizio, il museo archeologico di Napoli – ci lavorano quelli che potremmo chiamare industriali dei musei, noi siamo artigiani. Noi abbiamo la fortuna di avere davvero gli artigiani al nostro interno, come Tito, qui, per lui ad esempio il legno è come l’argilla. Quando la gente vede qualcosa fatto da lui pensa che sia qualcosa che abbiamo comprato perché è fatto da un professionista artigiano. Insomma questa è una realtà che crea un clima che chi arriva in questo museo percepisce. Non percepisce magari alcune magagne, che ci sono: luci non corrette, luogo piccolo, altre cose ma, nell’insieme, chi viene qui esce in modo diverso da come c’è entrato

Mario: io credo che per i piccoli musei ci sia gente che ci crede, che li conosce. A volte nei grandi musei, c’è il custode, magari anche bravo …
Marzio: qui non ci sono custodi, anzi se si vuole, ci sono i veri custodi
Mario: quindi riuscite meglio a farli vivere, perché non vi sfugge nulla, riuscite di più a far vivere le cose che ci sono. Nei grandi musei se hai la fortuna di incontrare qualcuno particolarmente addentro può esserci qualcosa di simile, ma normalmente si ha un rapporto piuttosto anonimo.
Marzio: Questa è un’altra caratteristica che distingue i Piccoli Musei, l’accoglienza. Naturalmente anche un grande museo può essere un piccolo museo, nel senso che può avere questa nostra stessa filosofia. Per esempio il Museo Reale di Torino, che non è certo piccolo, ha però fatto un piano triennale al cui centro ha posto la comunità, creando tutta una serie di strumenti per farla partecipare, per esempio per ristrutturare il parco e instaurare un contatto per costruire insieme il museo.
Mario: io mi ricordo di aver visto gli Uffizi prima dell’alluvione: c’era una conservatrice che ci mostrava le macchine, che ora neanche si possono toccare e che allora invece si azionavano, si facevano funzionare. Ora ho il dubbio che non si sappia più neanche la loro storia. Magari scientificamente sono molto preparati, ma il calore, la compartecipazione …

Marzio: Mi sono stupito anni fa, al primo convegno nazionale sugli studi etruschi a Firenze, c’era Giacomo Devoto un grande studioso, il quale diceva che l’unico modo per far capire le cose è quello di aprire le vetrine, mettere le cose nel mezzo e far toccare tutto.
Ora non è facile realizzare una cosa del genere. Ma noi lo possiamo fare e lo facciamo, con i ragazzi intorno agli arnesi, io dico, ”guardate che siete dei privilegiati perché qui entrate in contatto con il passato”. In effetti la vetrina è una barriera.
Claudio: domanda antipatica: ogni museo è uno snaturamento delle cose che si conservano, proprio perché si conservano. Certe cose sono fatte per esser vissute, per lavorarci, oppure, se prendiamo in considerazione, per esempio, una scultura o una pittura, sono cose fatte per certe occasioni che prima erano occasioni pubbliche, erano fatte per diventare parte integrante di luoghi pubblici come le chiese o i palazzi, erano fatte per eventi particolari, però queste cose, una volta messe in un museo, si snaturano, vengono isolate: messe in un altro ambiente, in un altro contesto rimangono isolate da tutto ciò all’interno del quale vivevano e quindi, secondo me, il museo ha da questo punto di vista una funzione negativa, che poi sta anche alla base – soprattutto per quanto riguarda l’arte contemporanea – di ricorrenti gesti di provocazione: trovandomi oggi di fronte a opere fatte per un luogo che non vive, io lo provoco perché questo è l’unico modo per farlo vivere. Qui però, in questi piccoli musei la situazione è diversa: c’è un rapporto effettivo con il contesto.

Marzio: Non solo, ma dal 2019 c’è uno spazio in fondo al museo, con un tavolo e con degli attrezzi che si usano: Tito per esempio fa vedere ai visitatori come funzionano, che suono fanno, dalla pialla al pialletto, la lima, lo scalpello, tutto ciò che possiamo far funzionare. I piccoli musei possono fare queste cose, per esempio il pialletto fa il ricciolo del truciolo che i visitatori non hanno mai visto e che poi tutti vogliono portarne a casa un po’, fa profumo … Noi purtroppo non siamo ancora riusciti, perché le risorse sono davvero troppo limitate e richiederebbero un lungo lavoro, a trovare i materiali con le essenze giuste, i diversi profumi che, come racconta Tito, c’erano nei cantieri.
E poi c’è un altro aspetto, quello di ricreare un contesto per far capire che quegli attrezzi non sono cose anonime, appartenevano a delle persone. Quando viene qualcuno che se ne intende, chiede: “Di chi era questo?” e noi potremmo chiederci: ma come fai a chiedere a chi appartiene? “Perché si vede”. È quel “si vede” che dovremmo raccontare. È una cosa che dovremmo far rivivere. Qui in effetti non c’è niente di iconico, messo lì per essere solo guardato. Tutto è fatto per essere usato. E inoltre, noi siamo solo un pezzo del museo, il resto è sul fiume, è il fiume stesso. I canottieri ci vanno, ci navigano, lo proteggono. Infine le cose che non ci sono più, ma che possiamo ricostruire, tutte le immagini e le storie: quando andiamo in giro e incontriamo le persone che hanno vissuto la storia di questi oggetti e di questi luoghi, le raccontano: dov’era il cantiere, dov’era il passo di nave, dov’erano i pescatori.
In effetti si tratta di un museo di comunità: questo comune è formato da due paesi, Capraia e Limite.
Tempo fa un signore, il Corti, mi raccontò che da ragazzo venne qui e trovò Elieser Cecchi. Questi gli chiese: “Nini che voi?”, “Voglio fare il canottiere”, “Da dove vieni?”, “Da Capraia”, “Capraini non ne voga”.
Poi però fece il canottiere anche lui, perché? Perché il nonno lavorava in cantiere.
Molte cose ora sono cambiate, ora li prendono anche da Empoli.
Le cose cambiano, una cosa che mi ha molto colpito è stato l’esempio della Francia. La Francia è stato il primo paese europeo a creare il Ministero per l’ambiente negli anni 70, quando la gente non ci pensava neanche lontanamente. Loro pensarono di fare un museo che mettesse in contatto l’ambiente con la storia.
Piano piano anch’io vorrei cambiare qualcosa e far sì che anche noi diventassimo, non il museo di Limite ma il museo di Capraia e Limite, in modo che tutte le storie di questo territorio siano rappresentate.
Qui, naturalmente continuerà ad esserci il museo della cantieristica, ma a Capraia per esempio ci sarà un museo dei pentolai, perché a Capraia c’erano i pentolai.
Mario: Rappresentare la varietà, per esempio la statua del Picchiotti, qui esposta, è stata fatta a Montelupo. Perché a Montelupo c’erano le ceramiche. Loro compravano le cose da Maiorca, poi si chiesero: ma perché non le facciamo noi, invece di comprarle? E da Maiorca impararono e cominciarono a fare qui ciò che compravano laggiù.
Claudio: una domanda sulla situazione generale della zona: quando ero piccolo e anche quando ero un ragazzo, a Limite si lavorava nei cantieri ora non ce ne sono più, a Empoli, dove sono vissuto, gli uomini lavoravano nelle vetrerie artistiche, ce n’erano circa 300, ora ce n’è rimasta una sola, di vetro verde. Le donne invece facevano prima i trenci, poi le confezioni, ora non so se ce ne sono ancora. A Montelupo c’erano molte ceramiche, anche qui, non so se ce ne sono ancora. La domanda è: in tutta la zona, di cosa campano?

Marzio: qui a Limite c’è ancora una fabbrica importante dove ha lavorato Francesco, la BCS, che fa componentistica, poi c’è il Salani che fa barche da canottaggio -ce ne sono due o tre in tutta Europa: in Italia, Filippi a Donoratico e Salani qui.
Francesco: La BCS ora è stata comprata dagli americani e si chiama Twin Disc. A limite c’è rimasta anche una ditta che fa nastri adesivi. Ci sono diverse altre realtà lavorative: componentistica, moda, logistica, in effetti Marzio sta facendo un programma per un primo volume, ma ovviamente si tratta di una lotta con le risorse.
Marzio: Una cosa che i piccoli musei rivendicano è il fatto di essere centri di ricerca, qualcosa che garantisce la formazione della comunità. Un concetto che vorrei chiarire è anche questo, quello di lusso, che non vuol dire qualcosa di caro, di costoso, ma qualcosa fatto apposta per te e in Italia siamo così diversi da frazione a frazione che potremmo esprimere un lusso sfrenato.
Claudio: in Francia si vantano di avere 400 tipi diversi di formaggio, noi ne abbiamo almeno 4000.
Marzio: Sì perché poi ci siamo stancati di contarli… Importante è il rapporto con la comunità, le porte devono essere aperte, le persone arrivano e quando arrivano sono loro a raccontarti le cose. Purtroppo i musei oggi sono vissuti come esclusivi, cosa che non è invece per le biblioteche. Nei paesi di certe dimensioni, biblioteche e musei devono essere co-localizzate, co-gestite e co-rappresentate. Anche dal punto di vista gestionale, in questo modo, mettendo insieme queste tre strutture, riusciamo ad avere più personale.
NB:
leggi il caso del Brigantino FLORETTE
e un po’ di vocabolario nautico
LINK a corredo: