
IL BELLO è PER I BELLI
Giacomo Grassi

“Bello è vero e vero è bello, questo è quanto ci serve sapere…”
Così Keats, ma l’idea è molto più antica di lui. Sta alla base di tutta la nostra teorizzazione fin dai poemi omerici.
Ulisse è un grande narratore e racconta cose mirabolanti e incredibili: ha sconfitto il gigante, amato la dea, sceso negli inferi – ma tutte queste cose le ha fatte davvero o sono solo fandonie e vanterie per rendersi interessante?
Omero, queste avventure non le narra lui stesso, le lascia narrare a Ulisse, quindi non se ne assume la responsabilità.

Il dubbio rimane e Ulisse potrebbe essere solo un chiacchierone, un fandi fictor come lo definirà Virgilio.
Eppure… eppure il re Alcinoo, che lo ode, resta convinto: ”perché – afferma – la storia è troppo bella per non essere vera, perché – così si rivolge a Ulisse – sai dare una bella forma alle parole e hai una mente saggia.“
E già qui il discorso si fa problematico.
Si può pensare anche il contrario: è proprio la menzogna che ha un bisogno particolare di coerenza e quindi deve sapere inventare le forme più sofisticate, ma tralasciamo questo aspetto del discorso.

Anche nella Bibbia Dio crea il mondo suscitandolo dall’informe, e gli dà una bella forma e proprio così lo rende ‘vero’: “E Dio vide che ciò era bello.”
Bello, sia chiaro, kalós, e non buono come molti lo vogliono tradurre.
Ma se cerchiamo una definizione più rigorosa di bellezza rischiamo davvero di finire nei guai. Se ne accorge persino il cinema americano: il filosofico “Matrix” in cui Morpheus dice a Neo: “sapresti definirmi che cosa intendi per reale? Se intendi ciò che cade sotto i cinque sensi ti ricordo che si tratta solo di terminazioni elettriche.“
“Verità – proclamava la Scolastica medievale – è coincidenza fra l’intelletto e la cosa.” Già, ma chi la verifica questa coincidenza? La mente, ed eccoci in una bella tautologia.

Alla ricerca di questa introvabile verità proviamo a indagarne il profondo significato originario.
Veritas, dicevano i latini, dal verbo vereor, cioè quanto suscita rispetto e soggezione, non ti lascia indifferente, ma ti coinvolge e ti incanta.
Ed eccoci ricapitati dalle parti del racconto di Ulisse.

In inglese abbiamo True, che pare collegato a Tree che vuol dire albero, perché agli antichi sassoni l’albero appariva l’oggetto più permanente e capace di conservare la sua forma. Verità quindi come stabilità. Una definizione un po’ troppo statica, che si lascia sfuggire il movimento, che spesso è la caratteristica più saliente della vita e quindi della verità.
Ma se è di bellezza della natura che vogliamo parlare il discorso ci porta a parlare di arte.
Il termine latino ARS significava abilità e talento, e anche la professione coi trucchi del mestiere, e forse è proprio questa la via da seguire.
Ovidio assimilava questa parola al greco METIS, che vuol dire anche prudenza, misura, saggezza, maestria. Metis, nel mito greco la dea più potente. Zeus la dovette inghiottire perché non gli generasse figli più forti di lui.
È attraverso la Metis che Antiloco vinse la corsa dei carri ai funerali di Patroclo, e “attraverso la Metis – commenta Ovidio – io posso conquistare le donne.”

È proprio questa bellezza, commenta Aristotele nella Poetica, che apre la via alla comprensione razionale. infatti ci piace vedere le belle immagini proprio perché stimolano in noi la riflessione e il ragionamento.

Nella costruzione del Partenone, ci informa Plutarco, gli artigiani facevano a gara a superarsi l’un l’altro in perfezione di esecuzione. E gli dei erano talmente presenti e compiaciuti che quando un operaio cadde dall’alto e si fece male apparve la dea Atena in persona a prescrivergli la giusta cura medica.
Le immagini artistiche che ne risultarono, continua Plutarco, conservano per sempre come un’aura di fiorente giovinezza, una freschezza spontanea che egli definisce akme… akme, che significa anche spuma e per noi designa le lentiggini degli adolescenti e li rende più veri e quindi più belli dei volti rigidi, perfetti e stereotipati di tante statue.
E come erano le statue, così cercavano di essere gli uomini: Pericle, che diresse la costruzione del Partenone, incantava il popolo per il suo aspetto di un’armonia morbida e delicata (antheras kai malakos) e attenzione che delicato (malakos) può anche indicare qualcosa di fiacco e morboso, qualcosa insomma che ancora una volta allude alla massima naturalezza, spontaneità, realtà è quindi bellezza.
La bellezza si definirebbe quindi come una sorta di disinvoltura, magari anche con qualche tratto di sprezzatura, che del resto caratterizza alcuni dei personaggi più strepitosi del mondo antico a cominciare da Petronio Arbitro, ma anche lo stesso Eros (Amore) nel Simposio di Platone, anche lui morbido e fluido, tanto fluido da essere Ygros, che assume anche il senso di bagnato.

La bellezza dunque per i greci era anche una forma di saggezza di vita, di maturità o flessibilità emozionale, insomma una sorta di divino equilibrio che doveva caratterizzare non solo le opere d’arte ma anche chi ne fruiva: non si poteva capire la bellezza se non si era noi stessi belli. Bellezza è ciò che apprezzano i belli, ma i greci non si potevano fermare qui, a questa precaria e inevitabilmente soggettiva nozione di bellezza che ogni soffio di vento può scompigliare.
La bellezza doveva essere massimamente profonda, coincidere con la Verità, e per verità intendevano essenzialmente un’emozione, l’emozione che ti risuona dentro, che tu lo voglia o no.

Verità per loro era Aletheia, cioè disvelamento. Non ciò che già crediamo di sapere e che fatalmente diviene scontato e noioso, ma ciò che suscita il massimo stupore, la meravigliosa emozione della scoperta, quando, come in un lampo, intuiamo come stanno le cose, ciò che non puoi negare perché sai che negandolo faresti del male a te stesso.
I greci erano grandi indagatori del destino e delle maschere che indossiamo, di ciò che ci raccontiamo per rendere persuasiva la nostra narrazione, e che fatalmente cade quando emerge la Verità, come si vede in tutte le tragedie greche.
La verità più profonda per i greci ha sempre una dimensione e una risonanza oracolare. Il solo che può rivelare la verità in modo definitivo è l’Apollo delfico. E a volte la rivela anche in modo malizioso e sarcastico, ma ci sferza per purificarci e migliorarci sia pure a costo di sofferenza.
E a questo punto non suonerà certo casuale che Apollo è anche il dio più bello. I neoclassici ne fecero il simbolo stesso delle meraviglie dell’arte greca.
Solo il dio più bello può inviare il messaggio più profondo. La bellezza non è soltanto verità. È anche guarigione.
