La vicenda di Matteo Renzi nasce alla Leopolda e ha al centro il concetto di rottamazione. Proprio questo concetto spiega le difficoltà incontrate, ma anche il suo successo.
Il senso della rottamazione era insieme una sfida e nello stesso tempo un forte sentimento, una passione. Se vogliamo anche un atto d’amore. Per cosa? per il Partito Democratico, per il popolo che il Partito Democratico rappresentava.
In effetti le primarie che hanno fatto vincere Matteo hanno visto un forte successo proprio nelle zone rosse di maggior radicamento e potremmo dire proprio nei circoli di maggior presenza rossa.
Perché? le strutture burocratiche dei partiti subiscono un processo di implosione autoreferenziale. Non solo il PD ovviamente. Se vogliamo è un processo sociologico nel quale lo stretto rapporto fra vertice e base comincia a distinguersi prima in rappresentati e rappresentanti e poi in una forma di crescente autonomia dei rappresentanti dal proprio corpo sociale. Mantenere i contatti con il proprio elettorato è sempre faticoso e dispendioso e può a volte apparire una perdita di tempo e un intralcio.
La base elettorale stessa si impigrisce, la classe dirigente si sente via via più libera e in questa libertà trova maggiore agilità politica.
Piano piano il rapporto fisiologico fra corpo elettorale e base comincia a diventare strumentale, i dibattiti che vengono organizzati diventano rituali, il pubblico viene piano piano estromesso dal dibattito. I dibattiti stessi vengono organizzati “senza” dibattito o sostituendo la voce del popolo con quella di una giornalista.
Le campagne elettorali diventano schizofreniche: da una parte ci sono le parole d’ordine – sempre più semplici, sempre più astrattamente valoriali, piene di punti programmatici articolati nel materiale propagandistico e insieme e apparentemente in modo contraddittorio, ridotte a pochi punti generali nei rapporti diretti – dall’altra parte c’è da parte della classe dirigente un distacco sempre più accentuato che può essere interpretato come riserva mentale rispetto a ciò che si proclama di voler perseguire: la vicenda del conflitto d’interessi – mai spiegata, ne è un esempio lampante: per anni il popolo di sinistra è stato portato in campagna elettorale con al centro della campagna proprio questa parola d’ordine e, una volta al governo, questa stessa parola d’ordine non solo non è stata vinta ma non è mai neanche stata iniziata come proposta.
Questa divaricazione vertice-base non poteva non essere sentita proprio nelle zone di maggior radicamento. Ed è qui che Matteo ha vinto la sua battaglia e nello stesso tempo, è qui che ha iniziato a crescere la forte avversione nei suoi confronti. Non c’entrano nulla i riferimenti caratteriali, di protagonismo, di arroganza, sono solo delle facciate psicologistiche di nessuna importanza ma sono anche le sole dicibili: nessuno può dire che Matteo è stato osteggiato perché mirava a rottamare una classe dirigente ormai allontanata quasi definitivamente dal proprio popolo. Questa classe dirigente era assolutamente trasversale su tutta l’articolazione della sinistra: dal partito democratico, al sindacato alle cooperative, alle associazioni dei partigiani. Non si era mai verificata una alleanza così larga e così attiva contro un leader del partito della sinistra. Una alleanza di classe dirigenti e di coloro che da questa erano organizzati.
Con la leadership di Matteo però il partito democratico è andato alle urne con il maggior tentativo organico di riforma dello stato, una riforma da sempre tentata dall’interno del partito democratico stesso, ma mai con questa coerenza, con questo spirito realistico e con questa incisività che ha avuto il pacchetto portato al referendum. Questo progetto è stato bocciato.
Non si può uscire da una bocciatura di questo tipo senza pagarne i conti. E i conti sono stati pesanti.
Eppure i problemi restano tutti: resta il bisogno di riforma di uno stato inefficiente, resta la spaccatura vertice-base all’interno del partito democratico e nelle strutture collaterali anche se proprio la lotta al renzismo, come tutte le lotte, ha in qualche modo fato rinascere in qualche misura il dialogo che si era spezzato. Ma continuano a mancare le proposte, soprattutto le proposte organiche e la determinazione ad agire con coraggio.
I Comitati Civici, il nome riprende quello di Gedda nella lotta della Democrazia Cristiana contro l’allora Partito Comunista. Il nome è stato senz’altro un atto di sfida, forse neanche troppo appropriato, e in qualche modo già tale da prefigurare l’esito dissociativo.
La sostanza tuttavia era chiara: ricompattare la guida della sinistra con la sua componente sociale. Siamo nel momento costitutivo, adesso, in modo chiaro, cioè, nel momento in cui il tentativo di ricompattazione si svolge attorno a un partito che si sta costituendo. Sapranno i Comitati Civici mantenere la promessa?
Come?
Come organizzare la società e la partecipazione, come rendere la base partecipe attiva della proposta politica, come evitare la divaricazione o la strumentalizzazione?
I problemi sono qui, davanti a noi e rappresentano il compito per eccellenza di questo esperimento.
La divaricazione e la strumentalizzazione nascono dall’assenza di valori e di una prospettiva condivisa. Non si tratta di un’offerta al rialzo nel mercato delle promesse economiche, ma del modello di società e di rapporti umani che si intendono perseguire.
I comitati civici si sono costituiti su alcuni punti che danno sostanza a questa volontà. Sono pochi punti – non una enciclopedia ingestibile.
Per esempio l’Europa contro il nazionalismo: è un punto chiaro, è la negazione di una chiusura nazionale che viene necessariamente affiancata da uno slittamento a destra che per l’Italia è una catastrofe. Perché? Perché la destra italiana ha la caratteristica di affondare le sue radici nella proiezione psicologica di quella che è stato il passato di occupazione del nostro paese e di riprodurne le caratteristiche di occupazione fino a porsi come collaterale all’occupazione tedesca. La destra italiana è l’occupante straniero che sevizia il popolo italiano. Se i comitati civici rifiutano questa impostazione possono parlare e interagire con la dirigenza del partito e portare con sé parti della società che rimangono rispetto al partito ‘laiche’.
Per esempio la crescita contro l’assistenzialismo: in periodi di crescita economica l’assistenzialismo rappresenta una grande tentazione per i partiti al potere che, potendo, controllare le risorse, possono andare incontro ai bisogni a prescindere dalla produttività dell’uso e dalla organizzazione produttiva delle scelte economiche. Ciò può anche avere una ricaduta a volte utile a livello economico ma non costruisce un futuro. Ragionare su come costruire una struttura economica sociale vuol dire dialogare, nella società, nei comitati e con le strutture dirigenti.
Per esempio la scienza contro la superstizione: la superstizione affonda nei bisogni profondi dell’essere umano, ma non costruisce un futuro e soprattutto rimane priva di strumenti per organizzare la società contro i mali che la natura continua ancora a infliggerci. La scienza ci può aiutare e scienza è anche l’organizzazione della scienza stessa e il contrasto a ciò che nella scienza viene inficiato da interessi particolari. Su questo si può dialogare, vertice e base e dare corpo alla democrazia partecipativa.
Giustizia contro giustizialismo: giudicare è un compito delicato, difficile. Ogni società si dà dei criteri, li affina nel corso della storia, ma sicuramente questi criteri non possono essere l’abbandono di un caso, di un sospetto di un indizio nel circuito mass mediatico allo stato bruto, a livello di linciaggio. La base e la dirigenza possono dialogare, cercare le vie per rendere efficiente e giusta la macchina della giustizia senza accanirsi con i singoli casi che vengono proposti alla ferocia collettiva.
Il vero contro il virale: lo sappiamo tutti, viviamo in questo periodo di promesse impensate fino a pochi decenni fa e, nello stesso tempo, di inquinamenti dolosi continui da parte delle fake news e del bullismo social: dovremo pur muoverci e organizzare l’intervento su questi mali che sembrano sfuggire da ogni parte. Si potrà pur dialogare vertice e base su questi aspetti, si dovrà pur collaborare.
Democrazia contro plebiscitarismo: la democrazia è un metodo per prendere decisioni. Prendere decisioni, scegliere, decidere. Il nostro passato fascista ci ha lasciato in eredità il sospetto, la paura, la reticenza a fare ciò che è compito precipuo della politica. Questo compito deve essere recuperato, ma questo compito è anche una pratica complessa, delicata e difficile che non può esser ridotta alla votazione plebiscitaria al di fuori ogni meccanismo di controllo e di procedura relative ai soggetti e alla loro responsabilità. Anche qui, si può parlare, dialogare, collaborare.
Società aperta contro esclusione: certo L’Italia si è portata dietro tutte le difficoltà della sua storia: un passato di occupazioni, un’influenza straniera difficile, errori e divari. Non ha fatto la propria unità come l’ha potuta fare la Germania, con un meccanismo burocratico tipo Zollverein. L’Italia ha dovuto fare tre guerre di indipendenza e si è portata dietro tante diversità, una fra tutte la sfiducia nel pubblico e il rifugio nella famiglia e nell’amicizia. Ciò ha minato sempre più la possibilità del pubblico di farsi realmente aperta. Dobbiamo riprendere in mano senza uccidere quei sentimenti familiari e amicali che pure hanno un grande valore, il compito di fare lo stato aperto, e fraterno con il proprio popolo. Questo compito è forse il più importante fra quelli che ci stanno davanti. Su questo dirigenza, comitati civici, società civile sono chiamati a parlare, a intendersi e a collaborare per un paese nuovo.
sono sempre o e questa è una prova di commentazione
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