L’IMMAGINAZIONE COME AFFRANCAMENTO DAI LIMITI DELLA PERCEZIONE – ma anche allontanamento del rapporto con il reale e rischio di andare verso il deserto

Ignazio Fresu

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Noi siamo come Medusa che con lo sguardo pietrifica le cose del mondo dandogli un significato.
Noi siamo degli “esseri per sé” che pietrificano “l’essere in sé”, pietrifichiamo la realtà che ci circonda dandole un significato come immagini di coscienza ed in questo operiamo un’azione nullificattrice della cosa in sé.
Le cose non sono mai neutre, non esiste la cosa in sé kantiana, le cose sono quello che ognuno di noi attribuiamo loro: diamo dei significati alle cose che abbiamo pietrificato ed ognuno dà un proprio significato, cioè annulla la realtà dandole un significato in maniera diversa. Questo è frutto del nostro “essere per sé”, della nostra coscienza e conoscenza, ma anche della nostra immaginazione: la via d’accesso che consente di esplorare quella dimensione dell’uomo non governata dalla ragione.

Il pensiero, tanto quello moderno quanto contemporaneo, ha finito con il considerare l’immagine come se fosse semplicemente una cosa e ha misconosciuto la facoltà stessa dell’immaginare collocandola, nel migliore dei casi, ad un livello subalterno rispetto al raziocinio. Nel considerare l’immagine come una cosa diciamo che in fondo “l’oggetto in immagine” e “l’immagine in realtà” sono la stessa cosa e poiché l’immagine è l’oggetto, concludiamo che l’immagine esista come l’oggetto. Si finisce così con il fare dell’immagine una copia della cosa e con il considerare immagine essa stessa esistente come se fosse una cosa, ma l’immagine non è la copia della cosa in quanto non ha un contenuto sensibile e possiede una natura interamente coscienziale. Inoltre non ha senso giudicarla con le categorie vero/falso, perché l’immaginazione non ha la funzione di produrre conoscenza della realtà. A differenza della percezione l’immagine non proviene dal mondo esterno ma nasce all’interno del soggetto, è connessa con la stessa capacità intenzionale nella coscienza. L’immaginazione è una modalità possibile di tematizzare, configurare l’essere reale. È però necessario distinguere tra immaginazione e percezione. Immaginare non è rappresentare una cosa che non c’è nel senso di percepire nuovamente fatti reali relativi ad esperienze vissute. Non si tratta di tornare percettivamente ad alcun fatto reale, ma formare un’immagine del tutto autonoma rispetto alla realtà. L’immaginazione è una libera attività della coscienza che punta a fini completamente diversi rispetto a quelli della percezione. Ecco che la percezione è realizzante in quanto è tutta volta verso la realtà oggettiva e si tratta evidentemente di un’attività di tipo ricettivo, mentre l’immaginazione è irrealizzante in quanto costituisce una forma che non è l’oggetto, che non ne rappresenta l’essere reale, che non ne riproduce le fattezze, le circostanze contestuali. Anzi, quando io immagino lo separo dal contesto, formo il contesto in modo arbitrario e nego l’essere nel suo essere reale. Dunque il lato dell’immaginazione è costituente isolante ed annullante. L’immaginazione si distacca dalla realtà positiva, la nega, la costruisce e costituisce in modo autonomo. L’immaginazione consente di capire un aspetto costitutivo della coscienza ed al contempo è in grado anche di trascendere queste cose. Trascende le cose nella misura in cui le nega, nella misura in cui se ne distanzia. Immaginare è un prodotto fuori dal mondo, da una coscienza che però rimane ed in questo senso l’uomo può produrre immagini solo perché libero ed in questa singolare proprietà commutativa l’immaginazione è la possibilità di trascendere il mondo affermando con ciò la libertà dell’uomo. È la capacità di negare l’essere nella prospettiva di un nuovo essere. Se la coscienza non immaginasse sarebbe totalmente assorbita nell’esistente. Sarebbe presso la cosa e senza possibilità di cogliere altro se non l’esistente. L’immaginario è il qualcosa verso cui l’esistente è oltrepassato e con esso esercitiamo la nostra libertà. Ma l’uomo, preso dalle cose del mondo, di rado esercita questa sua facoltà, ponendo tra sé e le cose il limite dell’interesse pratico, della funzione, non si chiede come siano le cose in se stesse, le pensa ma non le vede, mentre è l’arte del vedere, la contemplazione pura, disinteressata, ingenua, che può rivelare il legame che stringe il reale in un tutto. Ed ecco che entra in gioco l’essenzialità dell’arte nella sua apparente inutilità dove gli artisti per i quali l’arte si configura come il valore-dovere supremo, si sentono persuasi che il loro compito sia quello di esprimere il mondo assumendosi l’onere di trascendere la realtà, creando opere attraverso le quali tutti gli uomini possono a loro volta trascendere l’immagine stessa dell’opera andando oltre le componenti visibili ed il piacere che la funzione dell’opera può suscitare fino a raggiungere il suo darsi come essenza colta in modo irreale. Cogliendone, così, i valori artistici ma solo dopo essere entrati e aver superato il primo rapporto percettivo con l’opera servendosi dell’immaginazione per separare l’opera dal suo contenuto mondano e sensibile astraendone i contenuti dalla dimensione materiale. Ritrovando in ciò la propria libertà, la consapevolezza dell’esser-ci.

 

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