STORIA DELLA LIBERAZIONE DELL’ARTE DAGLI SCHEMI PRECOSTITUITI – la provocazione artistica come superamento dei limiti di ogni realizzazione, ma anche come pericolo nichilista

Tamara Donati

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L’arte, da sempre, ha dovuto fare i conti con un sistema sociale che tenta di imporre le proprie regole. Tutti però sappiamo che non esiste arte se non c’è piena libertà di espressione da parte dell’artista. Molti personaggi della storia dell’arte o della letteratura hanno dovuto subire polemiche, incomprensioni e spesso anche censure e processi, per essere poi riabilitati solo dopo la loro morte. La storia infatti ci dimostra che, nella maggior parte dei casi, gli artisti hanno avuto ragione, e se la società si è evoluta, ciò è accaduto anche grazie al loro contributo. Questo ci deve far riflettere sul fatto che ogni espressione artistica, specie la più audace, tende sempre a fronteggiare certi canoni, estetici o morali, imposti dalla società, tranne quando l’artista si attiene alle direttive che vengono impartite dal sistema istituzionale. Il quel caso, però, parliamo di arte di stato, o di arte di regime.

La più grande dimostrazione di libertà d’espressione dell’arte è data dalle avanguardie. Ognuna di esse ha cercato di abbattere un totem del passato: dalla prospettiva all’uso naturalistico del colore, dalla distinzione tra soggetto e sfondo al realismo dei particolari. Un esempio è Kandinsky, che nel 1910 decise che alcune macchie di colore potevano diventare il soggetto di un acquerello e con quei colori poteva trasmettere emozioni, esercitando la più alta forma di libertà espressiva. Quando poi Malevich, affermò che un quadrato nero è arte senza dover esprimere nulla se non la sua essenza di quadrato nero, praticò la massima libertà artistica. Che dire di Duchamp: sostenere che una ruota di bicicletta capovolta o un orinatoio possano essere opere d’arte è quanto di più liberatorio, creativo e rivoluzionario fosse mai stato pensato. E quando André Breton, nel 1924, affermò che il Surrealismo è un automatismo psichico puro con il quale ci si propone di esprimere il funzionamento reale del pensiero, in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale, era il momento in cui, alla liberazione sociale descritta da Marx, si aggiunse quella individuale teorizzata da Freud.
Poi vennero gli anni Trenta: di fronte alla progressiva involuzione autoritaria che stava caratterizzando la politica di alcuni paesi europei, molti artisti e intellettuali maturarono un profondo disagio esistenziale e culturale, legato all’impossibilità di trovare una relazione con il proprio tempo storico. Così votarono la propria attività alla testimonianza lucida e implacabile delle contraddizioni, storture, orrori di quella politica dittatoriale che affiggeva la società. Sfidando le ire del potere costituito, rischiando l’isolamento, il confino e la prigione, questi artisti non si allinearono alle aspettative e alle richieste dei regimi ma continuarono le proprie ricerche di avanguardia e di denuncia. Pertanto, fare arte di avanguardia li rendeva liberi. Ciò è confermato dal fatto che Hitler mise in atto un programma di sequestro delle loro opere, per poi bruciarle o esibirle in mostre punitive, perché giudicate come una minaccia all’appiattimento ideologico che il suo programma prevedeva. Ordinò infatti la confisca di oltre sedicimila opere: sculture e tele cubiste, espressioniste, dadaiste e astratte di cui in parte furono destinate al rogo (nel 1939 a Berlino), in parte vennero vendute all’asta a musei americani e svizzeri, in parte acquisite di nascosto da alcuni gerarchi. Il processo di censura culminò nel 1937 a Monaco di Baviera con la mostra Arte Degenerata: «L’esposizione degli scandali» dove le opere furono accompagnate da scritte sarcastiche sui muri e da biglietti con il prezzo che i musei avevano pagato per acquistarle. I quadri espressionisti furono confrontati con i lavori eseguiti dai malati di mente negli ospedali psichiatrici. L’allestimento stesso venne concepito per ostacolare la comprensione delle opere e per alimentare nel pubblico sentimenti di intolleranza. E se il cancelliere tedesco, nel pieno delle persecuzioni contro gli Ebrei e dei piani di espansione dell’egemonia germanica, trovò il tempo per occuparsi, fra i tanti, dei rettangoli di Mondrian, dei cavalli di Marc, e delle figure di Nolde, ciò significava che percepiva in quei dipinti l’antitesi all’ideologia illibertaria del Nazismo. Nolde era nazista, eppure gli fu impedito di dipingere. Non potendo comprare colori a olio e tele, realizzò acquerelli che avevano il vantaggio di non avere odore e si potevano nascondere facilmente. Erano gli stessi anni in cui Breker e Ziegler erano molto apprezzati perché funzionali alla propaganda politica ma che, dopo la caduta del nazismo, sono stati ritenuti artisti mediocri e quasi dimenticati. Nolde invece ha scelto di essere un artista libero perché non ha accettato di assoggettare la sua arte alle esigenze della politica. Il suo esempio dimostra che, quando un artista cerca uno spazio di libertà, lo trova comunque seppure tra limitazioni fortissime.
Se i sistemi totalitari hanno cercato di imporre agli artisti le loro scelte, costringendoli ad adeguarsi ad un canovaccio, usando la censura come strumento coercitivo, i sistemi democratici fanno raramente uso della censura, ma quando se ne servono lo fanno in modo tale da farla sembrare una tutela dei valori umani. Per capire come una democrazia possa servirsi dell’arte, strumentalizzandola per i propri fini propagandistici, basti pensare all’Espressionismo astratto americano: la CIA promosse importanti mostre in Europa, a suon di dollari (anche se ufficialmente era il MoMA a organizzare le mostre nei musei europei, con trasporto e cataloghi pagati). Pertanto Pollock, che sgocciolava il colore sulla tela ascoltando Jazz, poteva esprimere un’idea di libertà che era negata ai pittori realisti sovietici, costretti a dipingere uno per uno i peli dei baffi di Stalin. Ciò bastava a promuovere un messaggio marcatamente politico.
Infine, per ciò che concerne l’arte contemporanea, la libertà di espressione si muove sempre sul filo dell’ambiguità. Più un’immagine è ambigua, più riuscirà a suscitare interpretazioni diverse in chi la guarda. Nell’era in cui viviamo non possiamo più aggrapparci ad interpretazioni univoche perché il ruolo dell’artista, come anche il suo modo d’imporsi all’attenzione della società, è cambiato: Hirst, ad esempio, si autopromuove con le stesse strategie con cui le multinazionali impongono un prodotto sul mercato globale. Lui ha fatto del suo nome un vero e proprio marchio commerciale ma c’è anche chi si muove in direzione opposta: Cattelan, con il suo lavoro, contrasta l’ideologia della nuova finanza internazionale postideologica. L’esempio di questi due artisti, con il loro diverso modo di affermarsi, non implica comunque una questione sul valore artistico. Adesso il giudizio sull’opera riguarda innanzitutto gli aspetti formali e concettuali: tutto il resto è libertà espressiva.

 

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