numero 1, gennaio 2024

L’ARTE E I NEURONI-SPECCHIO

Claudio Balducci

  I macachi sono scimmie con una socialità molto simile a quella dell’uomo

PARMA 1966

Collochiamo degli elettrodi nella corteccia frontale inferiore“, dice Giacomo Rizzolatti.

Bene, servirà a studiare i neuroni che controllano i movimenti della mano“, osserva Luciano Fatiga.

E Giuseppe Di Pellegrino osserva: “Vediamo cosa succede quando raccoglie qualcosa o quando maneggia qualche oggetto”.

Ma ci servirà a studiare che cosa?” chiede Vittorio Gallese. 

Il macaco dovrà pur mangiare, raccogliere frammenti di cibo, potremo misurare le reazioni di neuroni specifici per movimenti specifici“, risponde Rizzolatti.

Si tratta di un gruppo di ricercatori dell’Università di Parma. Il coordinatore è Giacomo Rizzolatti, nato a Kiev da genitori italiani e tornato in Italia appena nato per le leggi russe sul rimpatrio degli stranieri.

L’esperimento comincia, i neuroni vengono individuati, ma, improvvisamente, qualcosa di imprevisto attira gli scienziati: Vittorio Gallese si avvicina al cesto, per prendere una banana e darla a un macaco mentre Fatiga è ben attento alle reazioni dei neuroni. Che succede?

Fatiga nota che i neuroni della scimmia reagiscono. Cosa c’è di strano? Tutto: i neuroni reagiscono senza che il macaco abbia neanche mosso un dito. Il macaco guardava Vittorio prendere la banana: perché mai i neuroni del macaco dedicati al movimento degli arti si muovono senza che la scimmia abbia fatto niente?

C’è sicuramente un errore negli strumenti, qualcosa non è stato sistemato bene“, dice Giuseppe Di Pellegrino.

Oppure un guasto nella strumentazione per misurare“, dice Leonardo.

Va bene, calma e sangue freddo, ripetiamo tutto“, dice Giacomo.

Tutto viene ripetuto esattamente nello stesso modo: Vittorio si avvicina al cesto e prende la banana, Luciano osserva bene il comportamento dei neuroni e di nuovo: “si muovono!”

ma il macaco non ha mosso un dito!” dice Giuseppe.

L’ipotesi è piuttosto incredibile, ma la dobbiamo fare: i neuroni del macaco si attivano anche se osservano qualcun altro fare dei movimenti“, dice Giacomo Rizzolatti.

Il gruppo si appresta ad allestire una serie di esperimenti per provare l’ipotesi, in modo abbastanza incredulo e tuttavia necessario.

Tutti gli esperimenti danno la stessa risposta: i neuroni predisposti al movimento della mano si muovono quando il macaco osserva i movimenti della mano di un’altra persona.

link a un articolo in merito in cinese (si può usare google traduttore): https://zhuanlan.zhihu.com/p/42885318?utm_id=0

L’importanza della scoperta dei neuroni specchio equivale in neurologia all’importanza della scoperta del DNA in biologia” – Vilayanur Ramachandran, scienziato indo-americano.

Il nostro cervello è composto da innumerevoli neuroni in diverse regioni e alcuni controllano il sistema motorio (quindi anche il sistema emotivo: i cambiamenti emotivi sono un tipo di movimento)

Esperimenti specifici hanno portato a notare che quando i bambini normali osservavano le azioni dello sperimentatore, attivavano i neuroni corrispondenti, i bambini con autismo generalmente non lo fanno.

Newton disse “Il motivo per cui posso avere successo è perché sto sulle spalle di giganti“: solo imparando ed ereditando la saggezza e le conquiste dei nostri predecessori possiamo fare maggiori progressi. Quindi il fondamento del progresso e dell’eredità della civiltà umana è il neurone specchio e i meccanismi specchio sono la nostra scala per salire sulle spalle dei giganti.

altro link cinese in merito:https://baike.baidu.com/item/%E9%95%9C%E5%83%8F%E7%A5%9E%E7%BB%8F%E5%85%83/1422960

I neuroni specchio ci consentono di eseguire azioni senza pensarci, inconsciamente e di provare le stesse emozioni anche se non siamo noi a compiere le azioni , ma altri che noi osserviamo.

I filosofi fenomenologici pensano che, per alcune cose, le persone devono sperimentare in prima persona prima di poterle davvero comprendere.

Noi possiamo apprendere e comunicare nuove conoscenze ad altri perché l’abilità cognitiva e la capacità di imitazione sono basate sulle funzioni dei neuroni specchio.

In effetti in linguaggio umano si basa sui neuroni specchio” afferma Michael Albee, della University of Southern California.

Nel 2000 la scienziata Nobuyuki Nishitani e Harry hanno dimostrato che il centro del coordinamento del sistema nervoso specchio è l’area di Broca.

Collegamento a un articolo sull’arte: https://alfastudiopsicologia.it/2018/04/11/arte-e-neuroni-specchio-come-la-bellezza-genera-empatia/

Verificata l’imitazione e l’empatia, il gruppo di Rizzolatti ha fatto un esperimento singolare.

L’arte classica greca è in qualche modo alla base dell’arte occidentale. Proviamo a fare degli esperimenti in merito

Prendiamo delle sculture classiche greche” – “Sì, cosa cerchiamo?

Per semplificare le cose prenderemo delle immagini di sculture classiche greche e delle immagini delle stesse che però modificheremo, altereremo” – “Va bene, ha senso, proviamo“.

Grazie alla risonanza magnetica funzionale è venuto fuori che le immagini delle sculture greche attivavano l’attività cerebrale in misura maggiore di quelle alterate, soprattutto nelle aree emozionali dove si trovano i neuroni specchio.

Sempre a Parma, la dottoressa Cinzia di Dio indaga sull’esperienza estetica: “Si tratta dell’esperienza che qualcosa cattura la nostra attenzione producendo in noi, in modo inspiegabile e imprevedibile, emozioni, come se l’oggetto osservato manifestasse un di più, stimolandoci e sollecitando la nostra immaginazione.”

Anatomicamente questo avviene con l’attivazione dell’insula, cosa che avviene ogni volta che osserviamo un’opera d’arte.

La cosa interessante è che gli esperimenti hanno dimostrato che la stessa reazione avviene anche osservando l’arte astratta, come le tele recise di Fontana: l’esperimento (di Gallese) mostrava immagini di Fontana e immagini in cui il taglio veniva sostituito con una linea:

tutti i soggetti, di varia estrazione sociale, hanno mostrato l’attivazione dei neuroni specchio nel primo caso e non nel secondo.

link a un articolo francese sul tema: https://books.openedition.org/editionscnrs/17205?lang=it

In realtà non ci sono solo i neuroni specchio, quelli che si attivano quando qualcuno compie un’azione e quando costui vede un altro compiere un’azione...”

Ciò vuol dire che il significato di un’azione è codificato naturalmente come azione intenzionale e non soltanto come esecuzione motoria.”

Infatti abbiamo scoperto che non esistono solo questi neuroni specchio, quelli che si attivano all’esecuzione o alla vista di un’azione effettiva. Esiste anche un altro tipo di neuroni che sono associati non tanto all’esecuzione – o alla vista di un’esecuzione – ma anche alla semplice visione di un oggetto che può essere associato potenzialmente a un’azione senza che tale azione venga davvero eseguita: si tratta dei neuroni canonici.

Si tratta di ciò che abbiamo definito ipotesi neuro-simulativa: entrambi i tipi di neuroni sarebbero correlati neurologici dell’empatia, una condivisione effettiva automatica e preriflessiva.”

Da questo punto di vista l’empatia risulta collegata in due modi:

  • da una parte le emozioni sono viste come fenomeni indiretti derivanti dalla risonanza motoria relativa al controllo dell’azione;
  • dall’altra tali emozioni sono viste come un meccanismo di risonanza non più motrice ma somato-sensoriale.

“Che vuol dire questa distinzione?”

Nel primo caso abbiamo un’emozione anche solo osservando un’azione, ma nel secondo caso addirittura osservando un oggetto che può esser preso senza che l’azione sia agita effettivamente.”

Da cosa deduciamo questa preveggenza d’azione?

L’arte stessa ci obbliga a pensarlo: i neuroni infatti si attivano osservando oggetti rappresentati come nature morte: nessuna azione è agita effettivamente, ma solo rappresentata e osservata come potenzialmente agita.

Infatti noi attribuiamo agli altri stati mentali intenzionali e addirittura attribuiamo credenze ed emozioni a degli oggetti: i neuroni specchio non codificano soltanto le azioni secondo le proprietà cinematiche dei movimenti, ma anche secondo il loro scopo, secondo una rappresentazione del risultato di un’azione.

Tutto ciò crea delle distinzioni collegate con l’esperienza degli osservatori: per esempio quando un ballerino osserva altri ballerini danzare, i suoi neuroni si attivano perché automaticamente il suo sistema motorio comprende quei movimenti, quando invece la danza è osservata da persone che non hanno esperienza di danza i loro neuroni si attivano in misura molto meno pronunciata.

Ciò vuol dire che le azioni che noi osserviamo ma che non siamo capaci di eseguire sono rappresentate secondo un’analisi puramente visiva, mentre nel caso in cui noi osserviamo azioni delle quali abbiamo esperienza, noi siamo in grado di pianificare tale azioni, siamo in grado di vederle in un progetto.

La volontà comanda alcuni muscoli, per esempio comanda al mio braccio di tendersi per permettere alla mia mano di afferrare il bicchiere. Però sono in piedi e il bicchiere è su un tavolo rialzato, anche le mie gambe sono necessariamente coinvolte nel movimento per avvicinarmi e pormi in una situazione di equilibrio. La mia volontà consapevole però comanda solo il braccio ma il cervello, a livello inconsapevole, seleziona le necessità complessive del movimento del mio braccio e fa muovere le mie gambe anche senza che io abbia volontariamente comandato di farlo.

Questo è vero per il soggetto dell’azione, ma che succede nel cervello dell’osservatore?

L’ipotesi neuro-situazionista ipotizza che esista una codificazione diretta dell’intenzionalità dell’azione non solo a livello di sequenza di movimenti, ma come scopo. Che cosa vuol dire?

L’osservazione di un’azione attiverebbe una simulazione di tutti i movimenti implicati partendo dalle intenzioni della persona osservata.

Su queste basi si spiegherebbe la comprensione dello spirito di un’altra persona perché tale comprensione sarebbe incarnata in modo tale da riprodurre le intenzioni e le emozioni degli altri in noi stessi. Questa simulazione incarnata sarebbe alla base della configurazione della realtà.

Tuttavia un’opera d’arte comporta sia tracce volontarie di un’azione sia degli incidenti di percorso successivi , per esempio le crepe su una tela causate dall’invecchiamento della vernice

Inoltre la simulazione di azioni motorie si attiverebbe soltanto se queste hanno una forte somiglianza alle azioni fisiche umane, cosa non possibile nel caso di immagini molto schematiche o molto astratte.

In effetti la possibilità di catturare gli stati affettivi degli altri sembra sfuggire a ogni controllo cosciente e non rappresenta quindi una condizione sufficiente per spiegare l’empatia emotiva, cioè la capacità di immaginare il mondo soggettivo degli altri.

L’idea che per mettermi al posto dell’altro io debba replicare l’intera situazione risulta assai problematica: proiettandomi totalmente nella situazione dell’altro, io sarei incapace di effettuare gli aggiustamenti necessari relativi alle differenze esistenti fra la mia situazione e quella della persona osservata.

Nell’ipotesi di Freedberg e Gallese l’uso di concetti di simulazione, d’emozione e d’empatia restano ambigui: l’empatia emotiva esige qualcosa di più che non l’accesso diretto a degli stati somato-sensoriali, Inoltre l’attivazione interiore delle intenzioni degli altri non può essere afferrata con l’anticipazione delle azioni motrici dell’altro. E soprattutto l’estrema varietà delle arti visive esigerebbe studi più precisi perché per esempio la percezione dei movimenti umani non sollecita gli stessi tipi di neuroni della percezione dei movimenti degli oggetti.

Ricapitolazione

I neuroni che controllano i movimenti di una persona si attivano anche quando il soggetto non si muove, ma vede un altro muoversi.

Questi neuroni specchio sono il fondamento dell’eredità e della civiltà umana.

Nell’arte c’è qualcosa che attira la nostra attenzione e attiva le aree emozionali dove ci sono i neuroni specchio. Questo avviene anche nell’arte astratta.

Mentre i neuroni specchio si attivano compiendo o vedendo compiere un’azione, i neuroni canonici si attivano alla semplice visione di un oggetto associabile a un’azione. Entrambi i neuroni sono collegati all’empatia.

I neuroni non codificano solo le azioni secondo i loro movimenti, ma anche secondo il loro scopo, secondo una rappresentazione del risultato di un’azione.

L’attivazione è diversa a seconda che l’osservatore abbia o no esperienza delle azioni agite dal soggetto, come osservando ballerini da uno che ha pratica di ballo e uno che non ne ha (analisi puramente visiva – se c’è esperienza pianifichiamo le azioni e le vediamo in un progetto).

La volontà comanda alcuni muscoli mentre altri si muovono inconsciamente. Ma la situazione dell’osservatore può essere diversa da quella dell’agente del movimento.

Esiste una codificazione dell’intenzionalità come scopo, ciò permette di comprendere lo spirito dell’altro.

Nell’arte ci sono tracce volontarie e altre involontarie (crepe): la simulazione si attiva solo se le tracce somigliano alle azioni umane.

L’empatia emotiva non è automatica, sfugge al controllo cosciente ed è difficile aggiustare tutte le differenze fra la mia situazione e quella della persona osservata, anche se mi proietto nella sua situazione.

Inoltre la percezione dei movimenti è diversa da quella degli oggetti (arte) che non sono movimenti.

Link in italiano: https://journals.openedition.org/estetica/1814

Lucia Pizzo-Russo (link qui sopra) nota che le qualità espressive (il volto, lo sguardo, ecc.) destano interesse, ma per i teorici dell’empatia non tutto ciò che si esperisce attiva empatia.

L’empatia proietta su un oggetto il proprio stato d’animo e le qualità espressive di un oggetto vengono attribuite a tale oggetto.

C’è una relazione asimmetrica fra soggetto e oggetto: il primo determina le caratteristiche di ciò che sta davanti a lui.

Questo meccanismo proiettivo per tali teorici è diverso dalla semplice percezione, mentre la Gestaltpsychologie riporta la distinzione fra le qualità dell’oggetto e le qualità espressive che noi ne cogliamo.

Per i teorici dell’empatia è il meccanismo empatico che può spiegare l’intersoggettività e la relazione opera-fruitore grazie alla proiezione del mio io sull’altro per il fatto che io svuoto l’altro delle sue caratteristiche e lo riempio con le mie.

Essi contrappongono il mentale – invisibile – al corporeo – visibile e attribuiscono la dinamica al soggetto e l’espressione all’oggetto affermando che è il soggetto a proiettare il senso dell’oggetto, affermando che le rappresentazioni che facciamo dell’oggetto che percepiamo sono diverse dalle caratteristiche dell’oggetto stesso.

Ma in effetti i neuroni specchio spiegano bene l’intersoggettività: le cose che interessano in un’immagine sono nell’immagine stessa: vedere e comprendere sono operazioni inseparabili.

Per la gestaltpsychologie l’esperienza estetica si basa sull’intelligenza della percezione: percepire visivamente è pensare visivamente.

L’espressività è centrale perché è il carattere che emerge nella percezione delle cose, ciò che colpisce l’osservatore; l’espressione è qualcosa che dall’oggetto va verso il soggetto che fruisce: il significato è nell’oggetto e il soggetto lo può comprendere.

torna all’indice

Lascia un commento