numero 1, gennaio 2024

INTERVISTA A IGNAZIO FRESU

Maria Alberta del Grosso

L’intervista è condotta all’interno del laboratorio dell’artista in via Carbonaia 31

MAdG: Con entusiasmo Ignazio Fresu ha tradotto le sue opere, collocate all’interno della peculiarità intellettuale dell’arte, al fare ordinario. Mondi distinti, ma comunicanti tra loro attraverso altre forme di linguaggio, il semplice guardare

Il percorso espositivo porta in superficie concetti complessi quali  “l’ontologia“ ma riducibili all’esistenzialismo, alla vita.

Ignazio, puoi esprimere il tema in modo semplice?

Ignazio: È  un pò difficile ridurre l’ontologia in poche parole, riguarda l’essere, l’esistenzialismo. Il filo conduttore costante nel tempo, delle opere, è la vita e non si riferisce a un evento preciso.

MAdG: immagino, però se l’arte è universale, una spiegazione per profani potrebbe esistere? 

Ignazio: Non credo all’universalità dell’arte. Ogni cultura interpreta. La questione è tra ermeneutica e ontologia

MAdG: In riferimento alla negazione dell’universalità potremmo capire che l’interpretazione è soggettiva e ognuno possiede un focus particolare, ma tu, di fronte a un pubblico, in quale maniera abbatteresti queste barriere comunicative?

Ignazio: come detto, cerco un rapporto diretto col fruitore lasciando la comprensibilità dell’opera alla sua interpretazione personale.

MAdG: in questo modo, restando tutto sull’io, avviene uno scambio comunicativo condiviso?

Ignazio: Questo dipende da me: lasciare spazio alla libera interpretazione e allo stesso tempo riuscire a esprimere il contenuto. In fondo questa è l’arte! È inevitabile, ognuno interpreta in modo soggettivo. È il tema, il concept del mio lavoro. Siamo tutti come Medusa che pietrifica la realtà che vede e con cui si confronta

MAdG: non rischia di diventare una vetrina di marketing: mostrare un prodotto ed analizzarne l’impatto sul pubblico… purtroppo le discipline si intersecano tra loro.

Ignazio: Hai ragione, questo è il tuo concept. Oggi siamo sovrastati dalla quantità di colore delle immagini da cui siamo attraversati totalmente, sì che non abbiamo più neanche una visione reale. Il colore influenza e modifica la realtà. Proprio per il fatto che tutto quanto ci arriva ogni giorno attraverso la televisione e altri media, con immagini che dovrebbero avere colori naturali, ma che ci allontanano dal naturale. Le immagini e le fotografie che ci vengono proposte sono tutte esageratamente colorate. In questo modo la realtà ci appare di un colore eccessivo e praticamente ci stordisce, non ci permette più una visione di cosa è rappresentato dalla forma, dall’immagine tridimensionale, dall’immagine in sé, e spesso siamo catturati da un colore che ci modifica, ci persuade di una realtà che non è quella che viviamo realmente.

MAdG: Insegnano che il colore sia un alfabeto emotivo, sviluppa vibrazioni emotive, di conseguenza anche la fantasia, però tu lo hai tolto.

Ignazio: perché distrae a svantaggio di un l’approccio tridimensionale.

MAdGcosa rappresenta questa installazione? Ogni libro potrebbe avere anche più di un contenuto.

Ignazio: da tutti questi libri ho tolto il colore, e questo fa sì che gli spettatori siano partecipi. Lo spettatore entra dentro l’opera. Un qualsiasi spettatore dovrebbe depositare il suo messaggio. In effetti mi hanno scritto tantissime cose e ognuno mi ha detto personalmente di sentirsi libero, nel senso che ognuno può interpretare l’opera.

L’informazione è veramente ampia, ogni libro avrebbe anche più di un contenuto, di conseguenza un’interpretazione. Si tratta di un lavoro che mi ha occupato per oltre sei mesi. Il titolo – “Quel che resta” potrebbe anche indurre a qualcosa di negativo, invece il mio messaggio è quello di considerare i libri come immagine formale della conoscenza, come cultura. C’è infatti una bellissima storiella.

Parla di maestro Zen e di un suo allievo. Passeggiano per un bosco. A un certo punto si siedono nei pressi di un ruscello. L’allievo chiede al maestro: “Maestro, ho letto tanti libri, ma non mi ricordo nulla. A che serve dunque leggere libri?

Il maestro, seguendo le pratiche della disciplina Zen, non risponde nulla. Gli dice semplicemente che ha sete e gli chiede di prendere un colino mezzo arrugginito e pieno di fango che sta lì accanto a loro: che lo usi per portargli dell’acqua. L’allievo si alza e va a prendere l’acqua, ci prova. Infinite volte. L’acqua cola via. A un certo punto ormai distrutto dalla fatica dei mille tentativi, torna dal maestro e gli dice: “Maestro ho fallito, non sono riuscito”. È a questo punto che il maestro dà la risposta alla domanda che il discepolo aveva fatto:

Tutti i libri che hai letto hanno fatto il lavoro dell’acqua su quel colino. Tu credi di aver perso tutto, però guarda ora il colino: se prima era sporco, pieno di fango, arrugginito, ora è tornato come nuovo: anche tu sei cambiato, ora sei un altro. E non importa quello che non ricordi.

Il racconto ci invita a considerare anche le diverse aree del cervello. Questi libri sono come simulacri di qualcosa che c’è, di un lavoro che hanno compiuto.

Poi c’è il discorso del materiale: si tratta di materiale di recupero, di imballaggi che io ho lavorato a freddo. I materiali sono tutti di recupero ad eccezione della resina che tiene insieme il resto. Polistirolo degli imballi mentre la copertina è fatta col cartone degli imballaggi. Poi il c’è granulato di pietra, agglomerato di inerti, di polvere di marmo e granulati di altre pietre.

MAdGPotremmo dire che ai miei occhi appare color polvere, quindi il colore esiste nell’opera, inoltre appare come un flusso d’acqua.

Ignazio: La polvere è sinonimo di impermanenza, cioè del divenire della bellezza in sé, è un processo continuo. Ciò che noi leggiamo, che vediamo sembra avere un flusso, come una cascata.

Davanti all’installazione: “Fibonacci e la sequenza aurea

MAdG: anche questa installazione è composta di libri.

Ignazio: Questo lavoro l’ho realizzato dopo il 2020, durante il Covid, è un lavoro per Villa Rospigliosi, a Prato. I libri erano tutti a terra, aperti e come mossi dal vento, appoggiati su leggii orizzontali di altezze diverse, erano 70 libri in un prato enorme di fronte alla storica villa del ‘700.

Anche qui ci sono dei libri aperti, 60 libri, ne mancano quindi alcuni. Nell’esposizione alla villa erano esposti seguendo le regole di Fibonacci. Fibonacci aveva scoperto le regole della successione aurea che è la natura stessa a seguire, senza che noi ce ne accorgiamo a prima vista per via della sua complessità. Io utilizzo un numero primo, il numero 3, in ogni pannello, suggerendo in questo modo la possibile complessità operata dalla natura che però si riconduce sempre alla regola base.

MAdG: Da che nasce questa sequenza del Fibonacci?

Ignazio: Come detto, nasce dalla natura. Quando vediamo una conchiglia o altro, la forma deriva da questa sequenza. Di fronte a un albero, magari, non riusciamo a interpretarne la forma come derivante da questa sequenza. Ciò deriva anche dal fatto che la stessa sequenza viene replicata infinite volte, per cui la cosa diventa talmente complessa che noi non riusciamo più a percepirne la derivazione semplice.

MAdG: Posso confermare, la sequenzialità all’impatto con l’opera, ha provocato in me una reazione.

Ignazio: In questa serie ogni libro è un rettangolo aureo, ciò significa che il rapporto fra il lato maggiore e quello minore è identico a quello fra il lato minore e il segmento ottenuto sottraendo quest’ultimo dal lato maggiore. La particolarità saliente è la sua facile replicabilità: le sue particolarità, nonché l’alone che già risiedeva attorno alla proporzione aurea, sulla quale è basato, l’hanno fatto considerare per secoli un canone di bellezza assoluto individuata già nell’antichità e in seguito definita in maniera più precisa e matematica. I rettangoli che formano i libri con le sue pagine sono mossi dal vento, uno diverso dall’altro creando questo movimento rispetto a una forma costante e definita. Queste variazioni diventano poi concettualmente fondamentali per via dei materiali usati: il corten, qualcosa che consideriamo come eterno, ma che poi si rivela – come lo stesso bronzo – un inganno. L’acciaio corten a differenza del normale ferro, dura tantissimo, ma è un’illusione, si tratta solo di un ritardo temporale perché la patina di ossidazione che lo protegge, col tempo e con gli agenti atmosferici si perde e quindi torna a formarsi e in questo ciclo continuo, tutto a termine.


MAdG: questa però è una installazione in sospensione, appesa al muro.

Ignazio: il discorso è partito dall’installazione a Villa Rospigliosi. Con quest’altra installazione è possibile notare il rapporto tra piano orizzontale e piano verticale: in uno i libri sono sparpagliati orizzontalmente in modo apparentemente disordinato, mentre in questa installazione, in verticale. La successione di Fibonacci fa sì che ci sia un ordine. La verticalità fa parte anche della presunzione dell’uomo di ordinare, categorizzare tutto, ma anche il caso fa parte delle regole, di una regola più ampia e complessa che noi non comprendiamo e nell’accrescere sempre più le nostre conoscenze scopriamo quanto sia smisurata la nostra ignoranza.

MAdG: Tornando alle due installazioni dei libri aperti, esse fanno parte di una stessa immagine di non colore e comunque, pur essendo simili, quelli erano in una posizione orizzontale ed erano di pietra (rappresentavano la pietra) questi invece si pongono, rispetto a quelli, in un rapporto di contrasto?

Ignazio: la pietra è qualcosa di fossile, legata a un aspetto naturale, il ferro invece è prodotto dall’uomo nel senso che fa parte della ricerca e della trasformazione operata dall’uomo. Inoltre non si tratta di ferro semplice, ma di una lega. L’idea è quella di un materiale che non è più naturale, qualcosa che è stato realizzato dall’uomo. La lega più nota è quella di rame e stagno di cui è fatto il bronzo anche quella con caratteristiche di eternità, di opposizione al divenire.

MAdG: durante l’intervista dici che solo l’arte è in grado di produrre la bellezza, domanda… trovi questa tua affermazione universale? 

Ignazio: citavo Charles Baudelaire che commentava i suoi “Les Fleurs du mal” in modo che io condivido pienamente. Naturalmente sarebbe necessario definire “arte” e questo annulla ogni pretesa di universalità.

MAdG: con riferimento all’opera hai detto che l’idea è quella di portare gentilezza laddove ci sono le armi. Ovviamente tu meglio di me sai che le armi sono state fin dai tempi dei tempi maneggiate da uomini per nutrirsi inizialmente e successivamente per difendere o uccidere, anche se retorica “armi = violenza”, la gentilezza potrebbe essere il farmaco o il palliativo ad essa ( violenza)? 

Ignazio: Le armi, come qualsiasi altro strumento assume una differente identità e funzione non solo a seconda dell’uso che ne viene fatto, ma anche a seconda della qualità che gli viene attribuita. Lo sanno molto bene i bambini che nel gioco sono capaci di trasformare qualsiasi oggetto con la loro immaginazione. Ecco perché attribuire alle armi gentilezza.

MAdG: riguardo all’opera della Falsa porta; fornisci spiegazioni teoriche del passato riguardo alle porte delle Domus de Janas e spiegazioni tecniche di realizzazione e utilizzi il termine “oltre“ riferito ai defunti. Tu però sottolinei che la tua opera rappresenta “l’uomo nuovo che è stato nel passaggio nell’oltre”, potremmo capire allora l’ingresso o la conclusione di un evento? 

Ignazio: Il lavoro si presenta come una Assenza di corpi nella Presenza di richiami lontani. Segno di un passaggio o di legame con l’Aldilà, interazione tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Uguale, oggi come quel lontano ieri.
Simile, è quel bisogno ancestrale riconducibile alla indispensabile necessità umana che in forma collettiva tenta di placare aneliti lontani per rispondere a domande universali sull’eterno mistero dell’esistenza e del senso. Richiami alla persistenza nel presente negli arcaici luoghi di culto e necropoli, testimonianze monumentali dove l’antico uomo con l’uomo contemporaneo paiono condividere simili aspirazioni e riflessioni o i timori e le paure dell’umana fragilità. Come un bisogno di armonia, riconciliazione tra il mondo di sopra quello divino dello spirito, tra il mondo umano della materia e il mondo infero al di sotto. Così le “false porte” divengono stele di memoria per un rituale indispensabile, la cui sottrazione e non consapevolezza, rende privi di quel contatto con la morte che permette di essere liberi e capaci di stabilire priorità significative in un reale incontro con sé stessi e con la vita. 

MAdG: un qualsiasi “uscio” è futuro o anche passato?

Ignazio: rappresenta il passato e proietta nel futuro.

MAdG: Se ognuno di noi ripercorresse il corridoio, la strada, il segreto del viaggio del e nel tempo della propria vita osservando le porte superate, cosa o quale sarebbe la linea di collegamento tra interiorità e realtà? 

Ignazio: l’interiorità che riemerge nel presente. La percezione e la consapevolezza del presente. La vita è questo preciso istante.

MAdG: Credi davvero che siano solo gli abiti a celare o nascondere, se non anche proteggere o danneggiare un individuo?

Ignazio: Gli abiti, come anche il nostro corpo, sono solo dei simulacri con i quali accade di identificarci.

MAdG: strumenti quindi di identificazione …  l’importanza che a me ha espresso il tuo casuale uso di abiti “professionali”, sono un ostacolo o un privilegio nel periodo storico di sempre?

Ignazio: si tratta di abiti semplici, indumenti comuni del nostro presente.

MAdG: credi che nudi potremmo essere tutti uguali? Perché?

Ignazio: attraversare la porta nudi, spogliati dei simulacri, come lo è anche il nostro corpo.

MAdG: uguali di fronte a specifiche  esperienze, lo siamo tutti? La reazione è cosa comune, ma non comune a tutti; quindi tu, cosa vedi o come spieghi “l‘oltre”?

Ignazio: è l’ oltre-uomo nietzschiano che sa affrontare il trauma della perdita delle certezze assolute e delle menzogne attraverso cui l’umanità ha cercato di rispondere al caos del mondo. Un uomo nuovo così come inteso da Kant nella sua “Critica del Giudizio”, un uomo che opera non in funzione di una contropartita, di un vantaggio, di un profitto, ma neanche per la propria personale soddisfazione, bensì, solo e soltanto perché è giusto così.

MAdG: Grazie Ignazio per il tuo messaggio, i bambini, attraverso l’innata capacità di trasformare con l’immaginazione, sono l’intero corpo del futuro comune a tutti noi …

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